Etiopia: oltre 80 civili uccisi, si cercano i responsabili

Pubblicato il 13 gennaio 2021 alle 18:35 in Etiopia Sudan

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In Etiopia, più di 80 civili, compresi bambini, sono stati uccisi, martedì 12 gennaio, in un attacco compiuto nella regione di Benishangul-Gumuz, al confine con il Sudan. Lo ha comunicato, mercoledì 13, la Commissione etiope per i diritti umani (EHRC), un organo affiliato al governo ma indipendente. “Abbiamo ricevuto l’informazione che oltre 80 civili sarebbero stati uccisi in un nuovo massacro”, ha riferito all’agenzia di stampa Reuters Aaron Maasho, consulente senior della Commissione. I responsabili del massacro, tuttavia, non sono ancora noti. 

Maasho ha specificato che l’offensiva sarebbe avvenuta tra le 5 e le 7 del mattino. Tra le 80 vittime ci sono persone di età comprese tra i 2 e i 45 anni. “Possiamo confermare che gli autori dell’attacco non sono stati ancora arrestati dalle autorità”, ha detto il consulente della Commissione. L’attacco è avvenuto in un’area chiamata Daletti, nella zona di Metekel, compresa nella regione di Benishangul-Gumuz, dove negli ultimi mesi si sono verificate violenze ricorrenti che hanno provocato la morte di centinaia di persone. Circa 207 abitanti della zona sono stati uccisi, in un solo attacco, il 23 dicembre 2020. La regione ospita diversi gruppi etnici. Negli ultimi anni, i residenti del vicino Stato regionale di Amhara hanno cominciato a trasferirsi nell’area, portando i membri dell’etnia Gumuz a temere che potessero essere espropriati delle loro terre fertili. Un testimone locale, Worke Ahmed, 60 anni, ha riferito telefonicamente a Reuters che gli uomini coinvolti nell’attacco di martedì sarebbero stati più di 100, tutti armati. Alcuni indossavano uniformi militare, che la fonte, tuttavia, non è riuscita a identificare. “Hanno bruciato la mia casa e quella di mio fratello, con 200 bovini e 11 capre all’interno”, ha detto Ahmed. 

Maasho ha sottolineato che “migliaia di persone” sono rimaste sfollate a causa delle continue violenze a Metekel. “Chiediamo alle autorità federali e regionali di rafforzare il coordinamento e le misure, anche a livello distrettuale, per prevenire attacchi simili contro i civili”, ha aggiunto il portavoce dell’EHRC. Il primo ministro, Abiy Ahmed, ha dichiarato di volersi impegnare a imporre l’ordine nell’area di Metekel e, durante una visita, lo scorso dicembre, ha autorizzato il dispiegamento di un posto di comando incaricato di controllare la situazione della sicurezza nella zona. I politici dell’opposizione ritengono che la violenza a Metekel sia motivata da istanze etniche e che, in particolare, sia guidata dalla campagna dei gruppi armati di etnia Gumuz contro i membri di altri gruppi etnici della zona, tra cui gli Amhara. Uno dei sopravvissuti al massacro, Ahmed Yimam, ha dichiarato che 82 persone sarebbero state uccise e almeno 22 ferite. “L’attacco è stato effettuato utilizzando principalmente coltelli, ma sono state usate anche frecce e armi da fuoco”, ha affermato Yimam. 

La seconda nazione più popolosa dell’Africa è alle prese con regolari focolai di violenza mortale da quando Abiy è stata nominata primo ministro, nel 2018, e ha accelerato una serie di riforme democratiche che hanno allentato la morsa dello Stato sulle rivalità regionali. Le elezioni, previste nel 2020 ma rimandate a quest’anno, stanno infiammando ulteriormente le tensioni, riguardanti soprattutto le questioni di terra, potere e distribuzione delle risorse. In un’altra parte del Paese, ovvero nella regione settentrionale del Tigray, l’esercito etiope sta altresì combattendo da più di due mesi contro i ribelli del Fronte di Liberazione del Popolo Tigrino (TPLF). Il conflitto ha lasciato sfollate circa un milione di persone. Il dispiegamento di truppe federali nella regione, temono gli esperti, potrebbe provocare un vuoto di sicurezza in altre parti irrequiete del Paese.

Il governo di Addis Abeba ha ordinato l’avvio di operazioni militari nel Tigray il 4 novembre, dopo aver affermato che il TPLF aveva attaccato alcuni campi militari federali situati nella regione, affermazioni che il governo tigrino nega apertamente. Il Fronte di liberazione popolare del Tigray è stato per molto tempo, almeno dal 1991, la forza dominante nella coalizione di governo, il cosiddetto Fronte democratico rivoluzionario popolare etiope (EPRDF), un’alleanza multietnica composta da quattro partiti, che ha guidato il Paese per quasi 30 anni prima che il primo ministro Abiy Ahmed salisse al potere, nell’aprile 2018, sulla scia di un diffuso sentimento antigovernativo nazionale. Lo scorso anno, il TPLF si è separato dall’EPRDF dopo essersi rifiutato di fondersi con gli altri tre partiti della coalizione nel neo formato Prosperity Party (PP), sotto il comando di Abiy. Molti leader del Tigray si sono lamentati per essere stati ingiustamente citati in procedimenti giudiziari basati su accuse di corruzione o per essere stati rimossi da posizioni di comando e additati spesso come capri espiatori per i mali del Paese. 

Il 28 novembre, il governo del primo ministro Abiy ha dichiarato la vittoria sul Fronte di liberazione del popolo del Tigray, dopo aver ripreso il controllo della capitale regionale, Mekelle. Si ritiene che gli attacchi aerei e gli scontri sul campo abbiano ucciso nel Tigray, dall’inizio di novembre, migliaia di persone, militari e non. I combattimenti, nonostante la dichiarazione di vittoria di Abiy, continuano in alcune aree intorno a Mekelle e quasi 2,3 milioni di persone hanno bisogno di aiuti umanitari, secondo un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato a inizio gennaio.

L’Etiopia avrebbe dovuto tenere le elezioni nazionali ad agosto, ma l’organo elettorale del Paese ha stabilito, a marzo, che tutte le votazioni avrebbero dovuto essere rinviate a causa della pandemia di coronavirus. I legislatori hanno dunque votato per estendere i mandati dei funzionari, che sarebbero scaduti a inizio ottobre, mentre i leader del Tigray si sono rifiutati di accettare la decisione e sono andati avanti con le elezioni regionali, a settembre. Il voto, tuttavia, è stato ritenuto “illegale” dal governo di Abiy. Pertanto, entrambe le parti si ritengono a vicenda “illegittime” e i parlamentari federali hanno stabilito che il governo di Abiy dovrebbe interrompere i contatti e il finanziamento alla leadership del Tigray.

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Chiara Gentili

di Redazione

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