USA, Australia, Canada e Regno Unito criticano arresti di massa a Hong Kong

Pubblicato il 11 gennaio 2021 alle 12:28 in Cina Hong Kong USA e Canada

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Gli Stati Uniti, l’Australia, il Canada e il Regno Unito hanno rilasciato una dichiarazione congiunta, il 9 gennaio, contro l’arresto di 55 persone ad Hong Kong per accuse di sovversione, avvenuto lo scorso 6 gennaio. Il governo cinese ha contestato la dichiarazione definendola un atto di interferenza negli affari interni della Cina, l’11 gennaio. Intanto, il sito internet HKChronicles, che pubblicava principalmente materiale legato alle proteste antigovernative del 2019 è stato bloccato.  

Nella dichiarazione rilasciata dai ministri degli Esteri di Australia, Canada e Regno Unito e dal segretario di Stato degli USA, i quattro hanno sottolineato “grande preoccupazione” per quanto riguarda gli arresti di massa di 55 tra politici e attivisti di Hong Kong per sovversione, in base a quanto previsto dalla Legge sulla sicurezza nazionale, approvata da Pechino lo scorso 30 giugno. I quattro sono poi tornati a ribadire che tale legge è una “chiara violazione” della Dichiarazione congiunta sino-inglese  e una violazione del modello “un Paese, due sistemi”. Per le quattro Nazioni, al momento, le autorità dell’isola e quelle cinesi starebbero utilizzando la Legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong per eliminare il dissenso e le visioni politiche di opposizione. Alla luce di tali considerazioni Washington, Canberra, Ottawa e Londra hanno chiesto alle istituzioni cinesi e di Hong Kong di rispettare i diritti e le libertà legalmente garantiti dei cittadini di Hong Kong senza che vi siano timori di arresti o detenzioni.

L’11 gennaio, il portavoce del Ministero Affari Esteri della Cina, Zhao Lijian, ha condannato la dichiarazione congiunta, ribadendo ferma opposizione all’interferenza nei propri affari interni da parte dei quattro Paesi in questione. Zhao ha poi aggiunto che l’amministrazione dell’isola si basi sulla Costituzione cinese e sulla Basic Law e non sulla Dichiarazione congiunta sino-inglese, che non dev’essere utilizzata da alcun Paese come scusa per interferire negli affari di Hong Kong. Infine Zhao ha ribadito che la legge sulla sicurezza nazionale ha riportato stabilità, giustizia e attuazione della legge, proteggendo diritti e libertà dei cittadini dell’isola.

Lo scorso 6 gennaio, la polizia di Hong Kong aveva arrestato 55 persone per sovversione in relazioni alle cosiddette primarie democratiche organizzate sull’isola gli scorsi 11 e 12 luglio, per scegliere quali sarebbero stati i candidati che il fronte democratico avrebbe presentato alle elezioni per il Consiglio legislativo di Hong Kong del successivo 6 settembre, poi rimandate di un anno. A tal proposito, nella dichiarazione rilasciata il 9 gennaio, i quattro Paesi hanno altresì sottolineato la necessità per le elezioni del Consiglio legislativo di Hong Kong di essere tenute in maniera equa, includendo nel processo elettorale candidati che rappresentino opinioni politiche varie.

Il reato di sovversione è previsto dalla “Legge della regione amministrativa speciale di Hong Kong della Repubblica Popolare Cinese per la salvaguardia della sicurezza nazionale” con la quale sono stati proibiti movimenti secessionisti e sovversivi, interferenze straniere e azioni di terrorismo sull’isola, rendendoli atti criminali per i quali sono previste pene fino all’ergastolo. Oltre a questo, con la legge del 30 giugno, è stata istituita la Commissione di Salvaguardia della Sicurezza Nazionale, che prevede l’impiego sull’isola di forze dell’ordine rispondenti al governo centrale di Pechino. Per molti, la legge avrebbe leso l’autonomia e le libertà di Hong Kong, restando volutamente vaga e lasciando ampi margini per la casistica di applicazione. Per la Cina, la legge è servita, invece, a ripristinare l’ordine e la sicurezza nell’isola, in seguito alle proteste del 2019.

Molti Paesi, per lo più occidentali, si sono opposti a tale provvedimento e hanno adottato varie contromisure, come la sospensione dei trattati di estradizione con l’isola e l’applicazione di sanzioni da parte degli USA, ritenute però inefficaci per invertire il corso delle scelte di Pechino.

Hong Kong fa ufficialmente parte della Cina dal primo luglio 1997, quando fu ultimato il passaggio della sua sovranità dal Regno Unito al governo di Pechino, secondo una serie di condizioni stabilite nella Dichiarazione congiunta sino-inglese, siglata il 19 dicembre 1984 e registrata come un trattato dall’Onu. In base a tale documento, le relazioni di Hong Kong con il governo centrale sono state regolate dal modello “un Paese, due sistemi”, volto a garantire un certo grado di indipendenza all’isola, che negli anni si era sviluppata su un modello economico, politico e sociale inglese e capitalista, molto distante dal modello del socialismo con caratteristiche cinesi adottato da Pechino. Tale principio e modalità di gestione sarebbero dovuti restare in vigore fino al 2047 ma per molti la legge sulla sicurezza nazionale li avrebbe già erosi.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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