Libia: quale futuro per Haftar e l’LNA

Pubblicato il 9 gennaio 2021 alle 7:33 in Egitto Libia

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Secondo alcuni analisti, il 2021 potrebbe rivelarsi un anno decisivo per la Libia, visti gli sviluppi che si sono susseguiti a livello sia militare sia politico negli ultimi mesi del 2020. Tuttavia, uno dei maggiori interrogativi riguarda il possibile ruolo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) e del suo generale, Khalifa Haftar.

Nonostante l’accordo di cessate il fuoco siglato il 23 ottobre sotto l’egida delle Nazioni Unite, il 24 dicembre Haftar è ritornato a minacciare i suoi avversari, affermando di essere disposto a fare uso di armi e violenza se la Turchia non abbandonerà completamente il Paese Nord-africano. Da parte sua, Ankara non ha esitato a rispondere, dichiarando, due giorni dopo, che l’Esercito Nazionale Libico e i suoi sostenitori nell’Est della Libia potrebbero essere considerati “target legittimi” se le forze turche nella regione dovessero essere attaccate.

Le truppe turche, nel corso del conflitto libico, si sono schierate a fianco dell’esercito tripolino, affiliato al Governo di Accordo Nazionale (GNA). Dopo circa un anno dall’offensiva lanciata da Haftar, il 4 aprile 2019, volta a conquistare la capitale Tripoli, è stato proprio l’intervento turco a svolgere un ruolo rilevante nel determinare le sorti del conflitto a vantaggio del GNA. Dopo essere riuscito a respingere l’avanzata dell’LNA, il governo di Tripoli, il quale vede tuttora a capo il premier Fayez al-Sarraj, è riuscito a ristabilire il suo controllo nell’Ovest della Libia, mentre Haftar continua ad avere una forte presenza ad Est. La situazione sul campo è rimasta pressoché immutata da giugno 2020, e da allora nessuna delle due parti ha ottenuto risultati significativi.

Poi, il 23 ottobre è giunto l’accordo di cessate il fuoco, ma, come sottolinea il quotidiano The New Arab, il quadro libico continua a essere caratterizzato da tensioni e mancanza di fiducia. A tal proposito, l’11 dicembre, il ministro della Difesa del GNA, Salah al-Din al-Nimroush, ha affermato che le forze di Haftar stavano violando il cessate il fuoco e che il proprio esercito non sarebbe rimasto inerme. Al contempo, secondo al-Nimroush, un simile comportamento metteva in luce come Haftar non potesse essere incluso in alcun accordo politico.

Uno degli ultimi episodi che ha destato maggiore interesse, soprattutto per chi prova a comprendere il futuro gioco di alleanze nel panorama libico, risale al 27 dicembre, quando una delegazione egiziana di alto livello si è recata a Tripoli, per la prima volta dal 2014. Ciò che ha contribuito a rendere la visita “insolita” è il supporto che Il Cairo ha fornito ad Haftar negli ultimi anni, esortando altresì gli avversari coinvolti nel conflitto, Turchia in primis, a porre fine alle tensioni. Con il meeting del 27 dicembre, l’Egitto potrebbe aver voluto dimostrare la sua intenzione di risolvere la crisi libica attraverso la diplomazia, seppur continuando ad opporsi alla presenza di Ankara nel Paese. Ad ogni modo, potrebbe essere proprio un simile sviluppo ad avere conseguenze per il futuro di Haftar e del suo esercito.

Secondo quanto dichiarato da un senior fellow di un istituto con sede in Svizzera, Jalel Harchaoui, le dichiarazioni di Haftar del 24 dicembre hanno rappresentato un modo per comunicare al mondo che il cessate il fuoco non sussiste più e che il generale non è pronto a rispettare le clausole sancite nell’accordo del 23 ottobre. Circa la visita del 27 dicembre, invece, Harchaoui ha sottolineato come, in realtà, Il Cairo non abbia mai approvato del tutto “l’avventurismo” dell’LNA, ma che l’ha sostenuto, probabilmente, per non opporsi al principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti (UAE), Mohammed bin Zayed. Il Cairo e Mosca, secondo il ricercatore, pensavano che Haftar avrebbe fallito nella sua missione alla conquista di Tripoli, vista la mancanza di affidabilità, potenza militare e legami socio-politici necessari per avere successo in un’impresa a 600 miglia dalle proprie basi. Nonostante lo scetticismo condiviso dall’Egitto e la Russia, l’LNA, grazie all’incoraggiamento di Abu Dhabi, ha, invece, portato avanti la sua operazione.

Ora, però, a detta di Harchaoui, l’Egitto non vuole più guerre, e questo per due motivi principali. Da un lato, una ripresa dei combattimenti potrebbe portare il GNA, e il suo alleato turco, a impadronirsi di un maggior numero di territori, come Sirte e la Mezzaluna petrolifera, il che lo avvicinerebbero al confine con l’Egitto, Dall’altro lato, una nuova offensiva potrebbe costringere l’Egitto a intervenire apertamente in Libia, cosa che non vuole, visti i problemi sul fronte interno. Alla luce di ciò, secondo il senior fellow, il 27 dicembre Il Cairo non ha mostrato un cambio nella sua posizione, ma, al contrario, l’ha semplicemente resa esplicita, dimostrando di essere disposto a trattare con Tripoli e ad accettare lo status quo.

Tuttavia, è stato affermato, Il Cairo non può prevenire un conflitto da sola, ma deve tener conto delle altre potenze in campo, UAE in primis, i quali non accettano la situazione che si è andata a determinare nel Nord-Ovest libico. Abu Dhabi, poi, desidera sradicare qualsiasi governo che abbia legami con la Fratellanza Musulmana o correnti populiste e semi-democratiche simili a quelle di Tripoli. Motivo per cui, secondo Harchaoui, gli Emirati non smetteranno mai di rendere la presenza della Turchia in Libia “costosa, dolorosa e insostenibile”.

Di fronte a tale scenario, non è da escludersi l’ipotesi di un nuovo conflitto lanciato da Haftar, e da cui l’Egitto farebbe difficoltà a rimanere fuori. Nonostante il perdurante sostegno emiratino, secondo Harchaoui, “il tempo non è dalla parte di Haftar” e Il Cairo e Mosca cercheranno di trasformare il generale in qualcuno che è sempre meno indispensabile. Ciò significa che il generale dell’LNA potrebbe vedere il proprio ruolo politico sminuirsi gradualmente, ma la prospettiva di una sconfitta non gli impedirà di agire. “Semplicemente non ha scelta. La guerra gli offre una piccola possibilità di sopravvivenza politica, a differenza della pace, che può solo annientare la sua carriera”, ha affermato il senior fellow.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo e inglese

di Redazione

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