Germania, Francia e Regno Unito chiedono all’Iran di fermarsi

Pubblicato il 7 gennaio 2021 alle 6:45 in Europa Iran

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La Germania, la Francia e il Regno Unito hanno rilasciato una dichiarazione congiunta, il 6 gennaio, rispetto alla decisione dell’Iran di arricchire l’uranio al 20%, sostenendo che tale mossa comporti “rischi estremamente significativi” e chiedendo a Teheran di fermarsi immediatamente, senza esitazioni.

Le tre Nazioni europee si sono dette estremamente preoccupate per la decisione dell’Iran di potenziare l’arricchimento dell’uranio e hanno affermato che tale mossa non abbia “giustificazioni civili credibili”, implichi un rischio serio legato alla proliferazione nucleare e violi gli impegni presi da Teheran. Alla luce di tali considerazioni, Berlino, Parigi e Londra hanno chiesto all’Iran di fermare l’arricchimento al 20% senza esitazioni, riportando tale livello alle cifre stabilite dall’accordo sul nucleare iraniano, il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), del 14 luglio 2015. Oltre a questo, i tre Paesi europei hanno avvisato Teheran che l’ultima mossa adottata potrebbe ridurre significativamente l’efficacia della diplomazia per riportare gli Stati Uniti all’accordo durante l’amministrazione del presidente eletto Joe Biden, che entrerà in carica il prossimo 20 gennaio.

Lo scorso 4 gennaio, Teheran ha annunciato di aver ripreso l’arricchimento di uranio al 20% presso il proprio impianto nucleare sotterraneo di Fordow, superando di quasi sei volte la soglia del 3,67% fissata dall’accordo sul nucleare iraniano. Prima del 4 gennaio, l’Iran stava già arricchendo uranio fino al 4,5% e l’ultimo incremento ha lasciato presagire timori rispetto al fatto che l’Iran intenda realizzare armi nucleari, piano che prevedrebbe l’arricchimento dell’uranio fino al 90%.

Prima di Germania, Francia e Regno Unito, il 4 gennaio, anche l’Unione europea (UE) aveva messo in guardia l’Iran rispetto alla decisione presa, sostenendo che tale mossa avrebbe potuto avere gravi implicazioni sulla non proliferazione nucleare. Gli USA, da parte loro, avevano descritto gli ultimi sviluppi come un tentativo di “estorsione nucleare che non avrà successo”.

Il JCPOA, firmato da Iran, Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania e Unione europea, prevede limiti allo sviluppo del programma nucleare iraniano in cambio del progressivo allentamento delle sanzioni internazionali che gravano su Teheran e della rimozione dell’embargo sulle armi convenzionali, entrambe previste dalla Risoluzione 2231 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, approvata il 20 luglio 2015. Dalla sua firma, secondo l’amministrazione del presidente uscente degli USA, Donald Trump, l’Iran non avrebbe rispettato gli impegni presi in modo soddisfacente tanto da ritirare il proprio Paese dall’intesa l’8 maggio 2018. In seguito a tale decisione gli USA hanno ripreso ad imporre sanzioni contro l’Iran, applicando la cosiddetta “politica di massima pressione”.

In tale contesto, le dispute tra le parti sono culminate quando Trump, il 3 gennaio 2020, aveva ordinato un bombardamento aereo, eseguito con droni, contro l’aeroporto di Baghdad, in Iraq, nel quale avevano perso la vita il generale a capo della Quds Force iraniana, Qassem Soleimani, e il vice capo delle Forze di Mobilitazione Popolare irachene, Abu Mahdi al-Muhandis. A tale gesto, l’8 gennaio successivo, l’Iran aveva risposto con attacchi ai presidi statunitensi in Iraq che si sono poi ripetuti nel corso dei mesi successivi.

In vista dei cambiamenti che avverranno alla Casa Bianca, il presidente eletto Biden ha affermato l’intenzione di far ritornare gli USA all’accordo sul nucleare iraniano ma ha anche richiesto che l’Iran riprenda a rispettare in toto quanto da esso previsto. Teheran, che dall’abbandono di Trump ha violato più disposizioni del JCPOA, ha affermato che le proprie violazioni potrebbero essere revocate se anche le azioni punitive statunitensi fossero ritirate.

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Camilla Canestri

di Redazione

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