L’Iraq non sarà più un campo da gioco per dispute globali e regionali

Pubblicato il 6 gennaio 2021 alle 17:30 in Iraq USA e Canada

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Il primo ministro iracheno, Mustafa Al-Kadhimi, ha annunciato, il 6 gennaio, che, nei prossimi giorni, oltre la metà delle forze statunitensi presenti in Iraq lascerà il Paese, il quale non “sarà più un campo da gioco per conflitti regionali o globali”. In Iraq, secondo Al-Kadhimi, resterà solamente un numero esiguo di soldati statunitensi per fornire sostegno alle autorità irachene e il Paese.

Nello specifico, durante un discorso tenuto in occasione delle celebrazioni per il centesimo anniversario dell’Esercito iracheno, il premier ha annunciato che: “Tra i risultati del dialogo strategico continuo con gli USA, oltre la metà delle loro forze saranno ritirate nei prossimi giorni e solamente alcune centinaia resteranno per operazioni di cooperazione nei settori dell’addestramento, della riabilitazione, degli armamenti e del supporto tecnico”. Al-Kadhimi ha poi aggiunto che l’Esercito iracheno è pronto a proteggere il proprio territorio e a preservare la dignità dei suoi cittadini, specificando che l’Iraq non sarà più un campo da gioco per dispute regionali e globali.

Il discorso di Al-Kadhimi è arrivato a tre giorni di distanza dalle manifestazioni che hanno avuto luogo a Baghdad in occasione del primo anniversario dalla morte del generale a capo della Quds Force iraniana, Qassem Soleimani, e del vice capo delle Forze di Mobilitazione Popolare irachene, Abu Mahdi al-Muhandis, in un attacco ordinato da Washington, il 3 gennaio 2020. Migliaia di iracheni sono scesi in strada Baghdad e hanno protestato contro gli USA e il premier iracheno.

I fatti lamentati dalla popolazione irachena risalgono a quando il presidente uscente degli Stati Uniti, Donald Trump, il 3 gennaio 2020, aveva ordinato un bombardamento aereo, eseguito con droni, contro l’aeroporto di Baghdad, nel quale avevano perso la vita Soleimani e al-Muhandis, in un contesto di crescenti tensioni tra Teheran e Washington. A tale gesto, l’8 gennaio successivo, l’Iran aveva risposto con attacchi ai presidi statunitensi in Iraq che si sono poi ripetuti nel corso dei mesi successivi. Le autorità di Baghdad avevano considerato la mossa statunitense una violazione della propria sovranità e, il 5 gennaio 2020, il Parlamento iracheno aveva votato in favore dell’espulsione di tutte le truppe straniere dal Paese.

Da allora, i soldati statunitensi e stranieri hanno iniziato a lasciare l’Iraq ma ancora vi sarebbero circa 3.000 uomini di Washington in territorio iracheno. Nel corso del mese di novembre 2020, Trump aveva annunciato che, entro la metà di gennaio 2021, gli USA avrebbero ridotto il numero di soldati in Iraq e in Afghanistan, in ottemperanza alla promessa fatta dal presidente uscente di ritirare il proprio Paese dai cosiddetti “conflitti senza fine”. Per quanto riguarda i numeri, Trump aveva annunciato una riduzione da 3.000 a 2.500 uomini.

In Iraq, dal mese di ottobre 2019, i presidi diplomatici e militari statunitensi e internazionali nel Paese sono stati bersaglio di numerosi attacchi, almeno 30, spingendo gli USA a minacciare ritorsioni contro le milizie irachene filoiraniane, in particolare le cosiddette Brigate di Hezbollah, ritenute responsabili di diversi attentati.

Le tensioni tra Teheran e Washington, che hanno coinvolto anche l’Iraq, si sono riaccese da quando, l’8 maggio 2018, Trump aveva ritirato il proprio Paese dal Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), anche noto come accordo sul nucleare iraniano, tornando ad imporre sanzioni contro l’Iran, applicando la cosiddetta “politica di massima pressione”. Il JCPOA, firmato il 14 luglio 2015 da Iran, Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania e Unione Europea, prevede limiti allo sviluppo del programma nucleare iraniano in cambio del progressivo allentamento delle sanzioni internazionali che gravano su Teheran e della rimozione dell’embargo sulle armi convenzionali. Secondo l’amministrazione Trump, l’Iran non avrebbe rispettato gli impegni presi in modo soddisfacente tanto da ritirare il proprio Paese dall’intesa.

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Camilla Canestri

di Redazione

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