È ufficiale: l’Iran inizia ad arricchire uranio a Fordow

Pubblicato il 4 gennaio 2021 alle 15:16 in Iran Medio Oriente

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L’Iran ha ufficialmente dato avvio alle operazioni di arricchimento di uranio al 20% presso l’impianto nucleare sotterraneo di Fordow, lunedì 4 gennaio.

La notizia è stata data dal portavoce del governo, Ali Rabiei, il quale, nella mattina del 4 gennaio, ha affermato: “Poche ore fa ha avuto inizio il processo di iniezione di gas e tra poche ore avremo il primo prodotto di uranio arricchito UF6”. A detta del portavoce, le operazioni hanno avuto inizio dopo il via libera del presidente iraniano, Hassan Rouhani, e prevedono un arricchimento pari al 20%. In questo modo, si va a raggiungere un livello pari a quasi sei volte la soglia del 3,67% fissata dall’accordo sul nucleare iraniano del 2015, lasciando altresì pensare a un possibile utilizzo per scopi militari.

A seguito dell’annuncio, un portavoce dell’Unione Europea per gli Affari Esteri, Peter Stano, ha messo in luce come la mossa iraniana rappresenti un notevole allontanamento dagli impegni sul nucleare, il che potrebbe avere “gravi implicazioni sulla non-proliferazione” delle armi nucleari. Non da ultimo, immagini satellitari, diffuse prima del 4 gennaio, hanno mostrato la costruzione di un nuovo sito per la produzione di uranio arricchito a Behjat Abad, nel Nord-Ovest dell’Iran, il quale sarebbe già pronto per l’uso.

L’operazione del 4 gennaio prende avvio dall’approvazione di una proposta di legge da parte del Parlamento iraniano, discussa sin dal 2 novembre 2020, in base alla quale l’Organizzazione iraniana per l’energia atomica sarà tenuta a produrre e immagazzinare ogni anno almeno 120 chilogrammi di uranio arricchito, con un livello di purezza del 20%, presso l’impianto nucleare di Fordow, oltre a soddisfare le richieste industriali pacifiche del Paese con uranio arricchito oltre il 20%. Parallelamente, entro marzo 2021, il numero di centrifughe aumenterà a quota 1.000, mentre entro 5 mesi l’Agenzia potrà inaugurare una fabbrica di uranio metallico a Isfahan e ripristinare un reattore ad acqua pesante da 40 Megawatt ad Arak, che avrebbe dovuto essere riprogettato e ottimizzato con l’accordo sul nucleare. Non da ultimo, se i firmatari dell’accordo non rispetteranno i propri impegni, il governo di Teheran potrà impedire qualsiasi tipo di accesso e monitoraggio da parti estere, sospendendo il protocollo aggiuntivo del 2015, che include ispezioni internazionali periodiche delle sue strutture e consente agli ispettori l’accesso ai siti sospetti.

L’accordo sul nucleare iraniano, noto come Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), è stato firmato durante l’amministrazione di Barack Obama, il 14 luglio 2015, a Vienna, da parte di Iran, Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania e Unione Europea. Questo prevede la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale e ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica presso gli impianti iraniani. L’8 maggio 2018, durante la presidenza di Donald Trump, Washington si è ritirata unilateralmente dall’accordo, imponendo nuove sanzioni contro Teheran che hanno, da un lato, aggravato le condizioni economiche del Paese mediorientale, e, dall’altro lato, acuito le tensioni tra Iran e Stati Uniti.

Al contempo, Teheran ha più volte lamentato il mancato rispetto degli impegni presi da parte dei firmatari europei, i quali non hanno sostenuto il Paese di fronte alle sanzioni di Washington, il che l’ha portata ad un graduale inadempimento all’accordo. Prima dell’annuncio del 4 gennaio, l’Iran stava arricchendo l’uranio fino al 4,5%, una percentuale che, sebbene superi il limite stabilito dal JCPOA, non raggiunge il 90% necessario alla realizzazione di armi. Inoltre, sino ad ora, l’Iran ha sempre annunciato che il proprio programma nucleare avrebbe soli scopi pacifici.

Nonostante ciò, la nuova mossa rischia di minare non solo i rapporti tra il Paese mediorientale e i partner europei, bensì anche gli sforzi del futuro capo della Casa Bianca, Joe Biden, il quale si è detto disposto ad aderire nuovamente al JCPOA, a condizione che anche l’Iran ritorni ad adempiere ai propri impegni. Di recente, anche il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha mostrato segnali di apertura verso il presidente USA neoeletto, a condizione che vengano annullate le sanzioni imposte negli ultimi anni, che gravano soprattutto sui settori petrolifero e bancario iraniani.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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