Iraq: proteste ad un anno dalla morte di Soleimani e al-Muhandis

Pubblicato il 3 gennaio 2021 alle 19:47 in Iran Iraq

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In occasione del primo anniversario dalla morte del generale a capo della Quds Force iraniana, Qassem Soleimani, e del vice capo delle Forze di Mobilitazione Popolare irachene, Abu Mahdi al-Muhandis, in un attacco ordinato da Washington, il 3 gennaio 2020, migliaia di iracheni si sono ritrovati in Piazza Tahrir a Baghdad e hanno protestato contro gli USA e il premier iracheno, Mustafa al-Kadhemi.

I manifestanti filo-iraniani, molti dei quali hanno indossato abiti neri in segno di lutto, hanno declamato slogan in cui hanno definito il primo ministro dell’Iraq “codardo” e “agente degli americani” e hanno gridato “vendetta” e “no agli Stati Uniti. Poster ritraenti Soleimani e al-Muhandis sono stati poi issati in Piazza Tahrir. La sera prima, le Forze di Mobilitazione Popolare, che fanno formalmente parte dell’apparato di sicurezza iracheno e che sono filo-iraniane, hanno organizzato veglie commemorative in onore di Soleimani e al-Muhandis, condannando gli USA, definiti “grande satana”.

Secondo The New Arab, le manifestazioni di domenica 3 gennaio sono state una dimostrazione di forza delle Forze di Mobilitazione Popolare che hanno sfidato più volte la leadership del primo ministro al-Kadhemi, accusandolo anche di aver complottato con Washington per uccidere Soleimani e al-Muhandis. Oltre all’Iraq, l’anniversario dell’attacco contro Soleimani è stato ricordato anche in più aree del Medio Oriente come, ad esempio, la Siria, il Libano e lo Yemen.

Il presidente uscente degli Stati Uniti, Donald Trump, il 3 gennaio 2020, aveva ordinato un bombardamento aereo, eseguito con droni, contro l’aeroporto di Baghdad, nel quale avevano perso la vita Soleimani e al-Muhandis, in un contesto di crescenti tensioni tra Teheran e Washington. A tale gesto, l’8 gennaio successivo, l’Iran aveva risposto con attacchi ai presidi statunitensi in Iraq che si sono poi ripetuti nel corso dei mesi successivi.

Le autorità di Baghdad avevano considerato la mossa statunitense una violazione della propria sovranità e, il 5 gennaio 2020, il Parlamento iracheno aveva votato in favore dell’espulsione di tutte le truppe straniere dal Paese. Da allora, i soldati statunitensi e stranieri hanno iniziato a lasciare l’Iraq ma ancora vi sarebbero circa 3.000 uomini di Washington in territorio iracheno.

L’anniversario dell’attacco contro l’aeroporto di Baghdad si colloca in un quadro di accresciute tensioni tra l’Iran e gli Stati Uniti nella regione del Golfo Persico che hanno visto gli USA inviare bombardieri B-52H a sorvolare la regione, il 10 dicembre scorso, e posizionare un sottomarino e due navi da guerra nelle acque del Golfo arabo, il 21 dicembre successivo. L’Iran ha continuato a minacciare una ritorsione contro Washington per l’uccisione di Soleimani e, il 2 gennaio scorso, l’attuale leader della Quds Force, Hossein Salami, ha promesso di rispondere a qualsiasi mossa “avanzata dal nemico”.

Le tensioni tra Teheran e Washington si sono riaccese da quando, l’8 maggio 2018, Trump aveva ritirato il proprio Paese dal Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), anche noto come accordo sul nucleare iraniano, tornando ad imporre sanzioni contro l’Iran, applicando la cosiddetta “politica di massima pressione”.

Il JCPOA, firmato il 14 luglio 2015 da Iran, Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania e Unione Europea, prevede limiti allo sviluppo del programma nucleare iraniano in cambio del progressivo allentamento delle sanzioni internazionali che gravano su Teheran e della rimozione dell’embargo sulle armi convenzionali, entrambe previste dalla Risoluzione 2231 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, approvata il 20 luglio 2015. Secondo l’amministrazione Trump, l’Iran non avrebbe rispettato gli impegni presi in modo soddisfacente tanto da ritirare il proprio Paese dall’intesa. Il presidente eletto statunitense, Joe Biden, che inizierà il proprio mandato il prossimo 20 gennaio, ha rivelato la propria intenzione di far ritornare gli USA all’accordo ma ha anche richiesto che l’Iran riprenda a rispettare in toto quanto da esso previsto. Teheran, che dall’abbandono di Trump ha violato più disposizioni del JCPOA,  ha affermato che le proprie violazioni potrebbero essere revocate se anche le azioni punitive statunitensi fossero ritirate.

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Camilla Canestri

di Redazione

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