Immigrazione: i fatti più importanti di dicembre 2020

Pubblicato il 3 gennaio 2021 alle 6:01 in Approfondimenti Immigrazione

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Secondo le stime della UN Refugee Agency (UNHCR), nel mese di dicembre 2020, sono giunti in Europa, via mare e via terra, 5.626 migranti. Nel 2020, complessivamente, sono arrivati in Europa poco più di 94.000 migranti. Il Paese che ha accolto il maggior numero di stranieri risulta essere la Spagna, con oltre 41.000 arrivi, seguita dall’Italia, con più di 31.100 sbarchi, dalla Grecia, con oltre 15.500 arrivi, da Malta, con quasi 3.000 sbarchi, e da Cipro, con poco meno di 1000 arrivi. Il numero di morti in mare nel 2020, secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per la Migrazione (IOM), ammonta a 1.152. La maggior parte dei decessi è avvenuta nel Mediterraneo centrale, seguito da quello occidentale e, infine, da quello orientale. Tali numeri segnano una diminuzione rispetto alle cifre 2019, quando arrivarono in territorio europeo via mare e via terra oltre 126.663 stranieri, e persero la vita nel Mediterraneo 1.885 migranti.

Il mese di dicembre 2020 si è aperto con l’appello alle autorità italiane del sindaco di Lampedusa, Salvatore Martello, il quale ha dichiarato che il porto dell’isola è diventato un “cimitero galleggiante” di barche usate dai migranti per raggiungere le coste italiane. “L’allerta meteo, tra fine novembre e inizio dicembre, ha colpito Lampedusa, provocando quello che temevamo accadesse e più volte denunciato: le barche dei migranti, che sono state vergognosamente lasciate dalle autorità al molo Favarolo, con il vento di Sud-Ovest sono diventate come mine vaganti, provocando gravi danni all’interno del porto, alle barche attraccate, e che rappresentano un rischio per le persone che erano lì per mettere in sicurezza le loro barche e pescherecci”, ha denunciato Martello. Il sindaco ha sottolineato il danno ambientale subito dall’isola, creato dai residui nelle acque, nei fondali e nelle spiagge. Martello ha aggiunto che la situazione è diventata “inaccettabile”, sottolineando però che non è colpa dei migranti. “La colpa è di chi dovrebbe disfarsi rapidamente delle barche una volta raggiunta Lampedusa, a cominciare dall’agenzia doganale che si occupa di trattenere le navi una volta sequestrate dopo gli sbarchi”, ha sottolineato.

Il 4 dicembre, il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ha esortato la Commissione Europea a mostrare “lo stesso coraggio dimostrato con il Recovery Fund” anche nella gestione delle migrazioni e dei richiedenti asilo, durante i Med Dialogues. Nell’occasione, Di Maio ha sottolineato che l’Italia è il secondo maggior contributore al Fondo Africa e che il Paese deve affrontare sia il problema degli arrivi di migranti sia quello della redistribuzione e dei rimpatri. A livello politico, la stabilizzazione dell’area mediterranea “garantisce la sicurezza di tutta l’Europa”, secondo il ministro. “Ordine e stabilità lungo l’intera spina dorsale che, dal Sahel e attraverso la più vasta area mediterranea, raggiunge il nostro continente” – ha continuato Di Maio – “sono le condizioni preliminari per contenere le minacce che incombono su tutti, dal terrorismo alla criminalità organizzata transnazionale, alla tratta di esseri umani”. Il ministro ha poi aggiunto che è importante lavorare per un equilibrio cooperativo nel Mediterraneo, evitando iniziative unilaterali che creano solo una catena di danni reciproci.

Il 17 dicembre, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che l’Ungheria ha infranto le leggi dell’UEsulla protezione dei migranti e dei rifugiati negando loro il diritto di richiedere asilo e deportandoli con la forza verso il confine serbo. “L’Ungheria è venuta meno agli obblighi del diritto europeo in materia di procedure di riconoscimento della protezione internazionale e di rimpatrio di cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare”, si legge nella sentenza della Corte, che specifica: “Le violazioni riguardano la limitazione dell’accesso alla procedura di protezione internazionale, il trattenimento irregolare dei richiedenti in zone di transito nonché la riconduzione in una zona frontaliera di cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare, senza rispettare le garanzie della procedura di rimpatrio”. Il governo di Budapest, dal canto suo, ha affermato che la decisione della Corte risulta “discutibile” dal momento che l’Ungheria ha già proceduto a chiudere le zone di transito in questione. La sentenza, che impone legalmente al Paese di cambiare la sua politica o di prepararsi ad affrontare misure punitive, è l’ultimo avvertimento delle istituzioni europee nei confronti delle misure anti-immigrazione promosse dal primo ministro, Viktor Orban, a partire dalla crisi migratoria del 2015. “La Corte ritiene che l’Ungheria non abbia adempiuto al proprio obbligo di garantire un accesso effettivo alla procedura per la concessione della protezione internazionale”, recita la sentenza, respingendo successivamente la posizione del governo ungherese secondo cui la crisi migratoria fosse una giustificazione per violare le norme dell’UE in nome dell’ordine e della sicurezza pubblica. Nella decisione, la Corte ha poi affermato che l’Ungheria ha sbagliato ad espellere con la forza cittadini di Paesi terzi in Serbia, che non è membro dell’Unione, ignorando le norme e le garanzie europee.

Il 21 dicembre, il Ministero degli Interni italiano ha presentato la sperimentazione del progetto di collaborazione della polizia francese e italiana nel contrasto all’immigrazione clandestina, della durata di sei mesi. È partita il 10 dicembre la fase sperimentale del dispositivo operativo permanente che assicurerà la sorveglianza trans-frontaliera e che darà supporto agli altri servizi della polizia francese e italiana che già operano nell’ambito del contrasto all’immigrazione clandestina. Il progetto prevede l’impegno di unità di personale operante nell’ambito di questo dispositivo, che a regime sarà composto da 12 operatori della polizia di frontiera italiana e 12 dalla P.A.F. (police aux frontières) francese. Gli agenti saranno formati congiuntamente per i profili attinenti allo svolgimento del servizio e la normativa dei due Paesi. La sperimentazione riguarderà servizi svolti alternativamente in ambito autostradale e ferroviario. Il primo servizio operativo, sotto il comando strategico affidato congiuntamente ai dirigenti del settore di Ventimiglia e del dipartimento PAF delle Alpi marittime, si è svolto lo scorso 14 dicembre, con l’attivazione di una squadra mista che ha riguardato il pattugliamento in ambito autostradale, con itinerario Ventimiglia. Il nuovo organismo trova il suo fondamento giuridico negli accordi di Schengen, negli accordi di Chambéry, nel Comitato misto, nel Regolamento d’impiego firmato dai capi della Polizia dei due Stati il 19 marzo del 2019 e nel protocollo operativo locale, firmato dai dirigenti della Polizia di frontiera della provincia di Imperia e del dipartimento delle Alpi Marittime il 19 luglio scorso.

Il 24 dicembre, almeno 20 migranti sono morti a seguito di un naufragio al largo della costa tunisina. Il barcone stava cercando di attraversare il Mediterraneo in direzione dell’isola di Lampedusa, secondo quanto specificato dalle autorità di Tunisi.  La Guardia Costiera tunisina ha riferito di essere riuscita a salvare 5 persone. A detta del portavoce della Guardia nazionale, Ali Ayari, la barca era sovraccarica e in cattive condizioni. Circa 45 migranti erano a bordo al momento del naufragio. Il portavoce del Ministero della Difesa tunisino, Mohamed Ben Zekri, ha precisato che alcuni corpi sono stati ritrovati da barche di pescatori locali al largo della città costiera di Sfax, nel centro-nord della Tunisia. Le autorità tunisine affermano di aver intercettato diverse imbarcazioni cariche di migranti negli ultimi mesi, ma il numero di tentativi sarebbe aumentato, soprattutto lungo la rotta tra la regione di Sfax e l’isola italiana di Lampedusa. La parte centrale della costa tunisina è diventata un importante punto di partenza per molti rifugiati e richiedenti asilo provenienti dall’Africa sub-sahariana e dal Nord Africa. Quest’anno, i migranti di nazionalità tunisina hanno rappresentato la stragrande maggioranza degli arrivi in Italia, nonostante gli sforzi da parte di Roma di negoziare con Tunisi per fermare le traversate. Degli oltre 34.000 migranti arrivati in Italia finora quest’anno, 12.847 sono tunisini, pari al 38%. I bengalesi sono stati il gruppo successivo più numeroso, seguiti da Costa d’Avorio, Algeria, Pakistan ed Egitto. Circa 17.000 persone sono arrivate in Italia e a Malta quest’anno via mare partendo dalla Libia e dalla Tunisia.

Infine, il 28 dicembre, l’IOM ha denunciato il rischio di una “catastrofe umanitaria” nel Nord-Ovest della Bosnia-Erzegovina, dove circa 3.000 migranti sono rimasti senza riparo e vagano alla ricerca di un rifugio a temperature abbondantemente sotto lo zero. L’avvertimento è stato lanciato dal capo missione dell’IOM nel Paese balcanico, Peter van der Auverart, il quale ha specificato che circa un migliaio di questi migranti sono profughi rimasti sfollati dopo l’incendio del campo di Lipa, nei pressi della città di Bihac, avvenuto il 23 dicembre. Il rogo era stato appiccato dagli stessi rifugiati dopo la notizia della chiusura della tendopoli. Gli altri duemila migranti sono invece profughi, arrivati nel Paese tramite la cosiddetta rotta balcanica, che già da tempo vagano sul territorio bosniaco nel tentativo di entrare in Croazia e proseguire il viaggio verso gli Stati dell’Europa occidentale.

Consulta l’archivio sull’immigrazione di Sicurezza Internazionale, dove troverai centinaia di articoli in ordine cronologico.

Sofia Cecinini

di Redazione

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