Etiopia: forze di sicurezza accusate di 76 omicidi

Pubblicato il 1 gennaio 2021 alle 19:19 in Africa Etiopia

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La Ethiopian Human Rights Commission (EHRC) ha pubblicato un report il primo gennaio in cui ha affermato che i funzionari delle forze di Sicurezza etiopi hanno fatto un utilizzo della forza “estremamente discutibile” uccidendo 76 persone, durante le operazioni per ridimensionare i disordini scoppiati in seguito alla morte della cantante Hachalu Hundessa, lo scorso 29 giugno. Oltre a questo, la EHRC ha anche affermato di essere in possesso di prove di violenza etnica e crimini contro l’umanità compiuti durante i disordini ai danni della popolazione civile.

Secondo il report in questione, alcuni gruppi d’attacco avrebbero ferito e ucciso in modo atroce più persone anche per mezzo di torture e decapitazioni. Tali conclusioni sono state raggiunte grazie ad indagini condotte in 40 località diverse dell’Etiopia dove sarebbero state uccise almeno 123 persone e ne sarebbero state ferite altre 500 dal 29 giugno al primo luglio scorsi. Almeno 76 tra le vittime e 190 tra i feriti sarebbero stati causati dalle forze del governo. Le violenze avrebero poi causato anche il dislocamento di 6.500 abitanti e la distruzione di 900 proprietà con atti di vandalismo o con incendi.

Nel report, EHRC ha affermato che, nonostante sia comprensibile che le forze di sicurezza abbiano dovuto affrontare l’arduo compito di riportare l’ordine in tali circostanze violente, tuttavia la proporzione della forza impiegata in alcuni casi sarebbe stata “ampiamente discutibile”. Oltre a questo, le forze di sicurezza non sarebbero riuscite a rispondere a più richieste d’aiuto e, secondo alcuni testimoni, la polizia “sarebbe stata a guardare mentre venivano perpetrate violenze”. Alla luce di tali osservazioni, la EHRC ha richiesto al governo etiope di condurre indagini sui casi di sospetto uso eccessivo della violenza e di punire gli eventuali responsabili. Al momento, l’esecutivo di Addis Abeba, guidato dal primo ministro, Abiy Ahmed, non ha ancora commentato il report della EHRC.

La cantante di etnia Oromo Hundessa era stata uccisa con colpi d’arma da fuoco lo scorso 29 giugno. L’evento aveva scatenato settimane di proteste della popolazione sfociate in violenza nella capitale Addis Abeba e nella regione di Oromiya e aveva fatto emergere i persistenti conflitti etnici esistenti in Etiopia, dove vivono oltre 80 etnie diverse. Una tra le principali problematiche che il governo di Abiy deve affrontare in Etiopia riguarda proprio la violenza tra le diverse etnie del Paese che si è manifestata in vari modi nonostante i ripetuti appelli all’unità nazionale fatti da Abiy.

Il premier dovrà affrontare nuove elezioni parlamentari il prossimo 5 giugno, secondo quanto annunciato dalla Commissione elettorale lo scorso 25 dicembre. In precedenza le votazioni avrebbero dovuto tenersi nel mese di agosto 2020 ma, a causa della pandemia di coronavirus, erano state rinviate. Il rinvio delle elezioni, però, aveva scatenato tensioni tra il governo centrale e il Fronte di liberazione popolare del Tigray (TPLF), gruppo che era a capo dell’omonima regione del Tigray, il quale aveva indetto comunque votazioni regionali a settembre e ha disconosciuto la leadership di Abiy sostenendo che fosse illegittima.

Lo scorso 4 novembre le tensioni tra le parti sono culminate in un conflitto interno quando il primo ministro etiope, vincitore del premio Nobel per la pace nel 2019, aveva lanciato una campagna militare contro il TPLF, sostenendo che quest’ultimo avesse condotto un attacco contro una base militare delle forze etiopi a Dansha, in Tigray. Abiy aveva accusato il gruppo di tradimento e terrorismo e aveva avviato una campagna militare nella regione che ha poi dichiarato conclusa lo scorso 29 novembre, con la conquista della capitale regionale, Mekelle.  Al momento, il governo etiope starebbe dando la caccia ai leader del TPLF, i quali, però, avrebbero sostenuto di essere impegnati in un contrattacco su più fronti.

In tale quadro, nella regione settentrionale etiope è stato imposto un black-out delle comunicazioni, rendendo pressoché impossibile verificare la veridicità delle informazioni fornite da entrambi i fronti. Secondo l’Onu, le ostilità avrebbero causato lo sfollamento interno di 95.000 persone e la fuga di altre 50.000 in Sudan.

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Camilla Canestri

di Redazione

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