Afghanistan: ucciso il quinto giornalista in due mesi

Pubblicato il 1 gennaio 2021 alle 18:15 in Afghanistan Asia

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Un giornalista radiofonico e attivista per i diritti umani afghano, Besmullah Adel Aimaq, è stato ucciso in un attentato ancora non rivendicato nella provincia occidentale di Ghor, il primo gennaio, diventando il quinto giornalista scomparso in circostanze simili negli ultimi due mesi.

Nel corso della giornata, il portavoce del governatore della provincia afghana di Ghor, Aref Aber, ha reso noto che Aimaq, il caporedattore della stazione radiofonica Voice of Ghor, è stato ucciso con colpi d’arma da fuoco in un’imboscata tesa al veicolo sul quale viaggiava, diretto verso il capoluogo provinciale Firoz Koh, dove viveva, il primo gennaio.  Le altre persone a bordo dell’auto, tra le quali vi era anche il fratello della vittima, sembrerebbero essere incolumi. Al momento, l’omicidio non è stato rivendicato da alcun gruppo armato e il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, ha insistito sul fatto che la propria organizzazione non sia in alcun modo connessa con l’accaduto.

Le dinamiche dell’omicidio di Aimaq sono state simili a quelle di attentati condotti contro altre figure di spicco afghane che sono state uccise di recente. Negli ultimi mesi, l’Afghanistan è stato teatro di un picco di violenze che hanno coinvolto anche personaggi noti come giornalisti, politici e attivisti per i diritti umani. Nel caso specifico degli operatori dei media, l’associazione Giornalisti Senza Frontiere ha decritto l’Afghanistan come uno tra i Paesi più mortali al mondo per la propria categoria. La Commissione indipendente per i diritti umani in Afghanistan poi ha affermato che le uccisioni mirate nel Paese hanno avuto un impatto negativo nella diffusione delle informazioni e hanno condotto all’auto-censura parte della comunità dei media, già limitata rispetto all’accesso a più informazioni.

Una settimana prima dell’omicidio di Aimaq, il direttore del sindacato dei giornalisti della provincia orientale di Ghazni, Rahmatullah Nekzad, era stato ucciso con colpi d’arma da fuoco mentre usciva dalla propria abitazione. Nekzad, oltre ad essere molto conosciuto nell’area, aveva lavorato anche per Associated Press e Al-Jazeera. I responsabili dell’accaduto erano poi stati arrestati dalle autorità e avevano rivelato di appartenere al gruppo dei talebani che, da parte loro, avevano però smentito il proprio coinvolgimento.

Lo scorso 10 dicembre, invece, una vicenda simile a quella di Aimaq aveva coinvolto una giornalista e attivista afghana di Enikas Radio, Malalai Maiwand, la quale era stata uccisa insieme al suo autista da un gruppo di uomini armati mentre era su un’auto diretta a Jalalabad, capitale della provincia orientale di Nangarhar. In tal caso, l’attentato era stato rivendicato dall’ISIS.

Secondo un report pubblicato a dicembre 2020 dal Comitato per la protezione dei giornalisti (CJP), a livello globale, il numero di giornalisti individuati per essere uccisi a causa del loro lavoro sarebbe raddoppiato rispetto all’anno precedente, con un totale di 31 vittime 21 delle quali sono state colpite in ritorsione per il proprio operato. In tale lista, l’Afghanistan è stato menzionato tra i Paesi con un numero significativo di omicidi di tale genere.

Parallelamente all’aumento delle violenze nel Paese, sono in corso negoziati di pace intra-afghani, iniziati a Doha, in Qatar, lo scorso 12 settembre, tra una delegazione del governo di Kabul e una dei talebani, per porre fine ai 19 anni di conflitto interno che hanno finora afflitto l’Afghanistan. Dopo un periodo d’impasse, nel quale non erano stati raggiunti progressi significativi, il 2 dicembre scorso, i rappresentanti delle due parti avevano ufficialmente raggiunto un accordo sulle regole procedurali per avviare i veri e propri negoziati di pace e avevano stabilito un periodo di pausa che sarebbe durato fino al prossimo 5 gennaio.

L’apertura di un dialogo intra-afghano era stata a sua volta resa possibile da un accordo di pace siglato tra gli Stati Uniti e i talebani lo scorso 29 febbraio, sempre a Doha, in base al quale, Washington si è impegnata a ridurre le proprie truppe in Afghanistan. Alla luce di ciò, lo scorso 17 novembre gli USA hanno annunciato la riduzione del numero dei propri soldati da 4.500 a 2.500 prima della fine del mandato del presidente uscente statunitense, Donald Trump, attesa per metà gennaio 2021. Il processo dovrebbe poi concludersi entro la fine del mese di maggio 2021.

Dalla firma degli accordi di pace con gli Stati Uniti, i talebani avrebbero ridotto drasticamente i grandi attacchi condotti contro le zone urbane del Paese ma, nelle aree rurali, gli scontri con le forze governative sarebbero aumentati e le parti si sono ripetutamente accusate di stare cercando di ampliare il territorio sotto il proprio controllo. Parallelamente, l’ISIS ha, invece, intensificato gli attacchi contro la capitale afghana Kabul.

Dopo la fine del dominio dell’Unione Sovietica in Afghanistan, durato dal 1979 al 1989, il Paese ha vissuto grandi divisioni. Nel 1996 i talebani avevano il controllo di gran parte del Paese, ottenuto in seguito ad una sanguinosa guerra civile combattuta contro le varie fazioni locali. Nel 2001, in seguito agli episodi dell’11 settembre, gli USA hanno invaso l’Afghanistan, in quanto era stato da lì che Al-Qaeda aveva pianificato gli attacchi contro gli Stati Uniti ed era lì che si nascondeva il leader dell’organizzazione, Osama bin Laden, sotto la protezione dei talebani. Nel 2003, anche la NATO era intervenuta, decimando la presenza degli estremisti islamici sul territorio afghano e relegando i talebani in alcune roccaforti. 

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Camilla Canestri

di Redazione

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