Mali: 14 morti durante proteste antigovernative

Pubblicato il 30 dicembre 2020 alle 14:56 in Africa Mali

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La Missione delle Nazioni Unite in Mali (MINUSMA) ha pubblicato il rapporto dell’inchiesta sulle violazioni dei diritti umani e gli abusi commessi tra il 10 e il 13 luglio 2020 durante gli interventi delle forze dell’ordine alle manifestazioni contro il presidente Ibrahim Boubacar Keita.

Il documento, rilasciato il 28 dicembre, ha certificato che 14 manifestanti, tutti di sesso maschile, tra cui 2 bambini, sono stati uccisi durante l’intervento delle forze armate, tra cui la Forza Speciale Anti Terrorismo (FORSAT) e la gendarmeria, la polizia e la guarda nazionale, le quali avrebbero fatto un uso eccessivo della violenza. Inoltre, almeno 40 manifestanti e 118 agenti delle forze dell’ordine sono rimasti feriti a causa di atti di brutalità attribuibili ad entrambe le parti. Secondo il rapporto, nei tre giorni di manifestazioni almeno 200 persone, tra cui 6 donne e 7 bambini, sono state arbitrariamente arrestate e detenute a Bamako. Tutte queste persone sono state successivamente rilasciate il 13 luglio, su istruzione dei procuratori nazionali.

Alla luce di questi avvenimenti, la MINUSMA ha esortato la autorità del Mali a condurre indagini indipendenti, imparziali e trasparenti per stabilire la responsabilità delle violazioni e degli abusi commessi durante la manifestazione. “La missione incoraggia il governo transitorio a raddoppiare gli sforzi nella lotta contro l’impunità e a continuare a garantire il rispetto del diritto internazionale umanitario”, ha affermato il capo della MINUSMA, Mahamat Saleh Annadif. Conformemente alla prassi consolidata, i risultati contenuti nel rapporto sono stati regolarmente condivisi con le autorità civili, militari e giudiziarie sia regionali che nazionali. Considerata la formazione del governo di transizione, il 12 settembre, il rapporto della MINUSMA è stato condiviso prima della sua pubblicazione con gli ufficiali militari nominati.

Dal 5 giungo fino al colpo di Stato del 18 agosto gli oppositori del presidente Ibrahim Boubacar Keita, ovvero il Movimento del 5 giugno (M5G) e il Raggruppamento delle Forze Patriottiche (RFP), hanno guidato proteste di massa nella capitale, Bamako, chiedendo a Keita di dimettersi per quelli che considerano i suoi fallimenti nel ristabilire la sicurezza e nell’affrontare la corruzione nel Paese. Inoltre, i manifestanti hanno protestato per la mancata gestione della crisi economica aggravata dagli effetti devastanti della pandemia da coronavirus, che ha causato ulteriore insicurezza alimentare e povertà.

La tensione politica in Mali è cominciata quando Keita ha vinto la rielezione il 29 luglio del 2018, dopo che un sondaggio aveva dimostrato che il suo indice di approvazione era del 26.5%. Alla luce di ciò, secondo i partiti dell’opposizione, l’elezione è stata compromessa da irregolarità. Inoltre, il governo di Keita ha portato avanti le elezioni legislative del 29 marzo, rinviate già di 18 mesi, nonostante la pandemia, l’aumento degli attacchi jihadisti e il rapimento del leader dell’opposizione del Mali, Soumaila Cisse. L’insieme di questi eventi ha permesso soltanto il 12% dell’afflusso alle urne, suscitando ulteriore indignazione e sospetto da parte del popolo maliano.

Tra le diverse motivazioni, i manifestanti hanno voluto esprimere il loro dissenso rispetto alla decisione della Corte Costituzionale del 30 aprile, la quale ha ribaltato i risultati delle elezioni parlamentari, dando così altri 10 seggi al partito di Keita, rendendolo il partito di maggioranza. Gli oppositori di Keita hanno accusato il governo di clientelismo, sottolineando l’influenza politica del figlio Karim Keita, che il 13 luglio si è dimesso dalla carica di presidente della commissione per la difesa e la sicurezza del Parlamento. Tuttavia, il gabinetto di Keita ha negato queste accuse.

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Julie Dickman

di Redazione

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