Caso Regeni: la procura egiziana continua a rifiutare l’avvio di un processo

Pubblicato il 30 dicembre 2020 alle 19:01 in Egitto Italia

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Il pubblico ministero egiziano ha affermato che, per il momento, non c’è ragione di intraprendere un procedimento penale circa il sequestro, la tortura e l’omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni, perché “il responsabile risulta sconosciuto“. La decisione, annunciata mercoledì 30 dicembre, dal procuratore di stato, Hamada al-Sawy, è arrivata quasi tre settimane dopo la notizia che i pubblici ministeri italiani avevano trovato prove “inequivocabili” del coinvolgimento di 4 membri dell’Agenzia di Sicurezza Nazionale egiziana nel rapimento e dell’omicidio di Regeni. Tariq Saber, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Capt Uhsam Helmi e Maj Magdi Ibrahim Abdelal Sharif sono stati accusati dall’Italia, il 10 dicembre, di aver rapito il giovane ricercatore nel 2016. Sharif è stato altresì accusato di lesioni personali gravi e omicidio. I pubblici ministeri hanno invece ritirato le accuse contro un quinto funzionario dell’Agenzia di Sicurezza, Mahmoud Najem, che era stato precedentemente identificato quale sospettato per la scomparsa di Regeni.

Il procuratore egiziano al-Sawy ha dichiarato in una nota che la pubblica accusa del Cairo non ha intenzione di “perseguire un procedimento penale per l’omicidio, il rapimento e la tortura di Giulio Regeni perché l’autore è sconosciuto”. Gli investigatori continueranno comunque a cercare l’identità dell’assassino, ma il pubblico ministero egiziano ha respinto le accuse mosse contro quattro funzionari e un poliziotto dell’agenzia di sicurezza nazionale. “Il comunicato della Procura egiziana è un nuovo tentativo di depistaggio sulla morte di Giulio Regeni” si legge sul profilo Twitter dell’Associazione Antigone, una onlus italiana per la tutela dei diritti e delle garanzie del sistema penale e penitenziario, attivamente coinvolta nel caso Regeni. “La Procura di Roma vada avanti e il governo italiano si costituisca parte civile nel processo contro alcuni membri della Sicurezza nazionale egiziana”, ha aggiunto l’Associazione.

Dalla morte del ricercatore, gli investigatori italiani hanno respinto molteplici teorie avanzate dalle autorità egiziane, inclusa quella secondo cui Regeni avrebbe lavorato come spia o sarebbe stato vittima di una banda criminale. Secondo quanto dichiarato dal procuratore al-Sawy, mercoledì 30 dicembre, il comportamento della vittima, che non si sarebbe attenuto alle condizioni richieste dalla ricerca di dottorato che stava conducendo, avrebbe spinto le autorità di sicurezza egiziane a monitorarlo attraverso misure che non avrebbero limitato la sua libertà o violato la sua vita privata.  La dichiarazione ha aggiunto che le indagini si sarebbero interrotte dopo aver scoperto che le sue azioni non costituivano crimini contro la sicurezza pubblica. Sebbene l’accusa non abbia offerto alcun nominativo sul sospetto responsabile, la dichiarazione di al-Sawy suggerisce che l’assassino avrebbe deliberatamente scelto il 25 gennaio, l’anniversario della rivolta del 2011 della Primavera araba in Egitto, per compiere il crimine, cercando di incastrare la polizia. La procura ha infine accusato dell’omicidio persone non identificate ma ostili sia all’Egitto che all’Italia.

Il ricercatore italiano, che si trovava al Cairo come parte della sua tesi di dottorato sulle attività sindacali dei venditori ambulanti egiziani, è scomparso il 25 gennaio 2016. Il suo corpo è stato ritrovato nove giorni dopo nella periferia della capitale egiziana, con segni evidenti di torture.

In base ad una ricostruzione prodotta dalla procura italiana, Regeni sarebbe stato rapito in una stazione metropolitana nel quartiere di Dokki, dove viveva, e sarebbe stato poi torturato presso l’ufficio numero 13 dell’Agenzia per la sicurezza nazionale, solitamente utilizzato per interrogare cittadini stranieri. I pubblici ministeri ritengono che le attività del ricercatore abbiano attirato l’attenzione dell’Agenzia perché percepite come un tentativo di alimentare disordini sociali, soprattutto dopo il giovane che si era offerto di aiutare un sindacato a chiedere una sovvenzione da parte di una ONG britannica. L’Egitto, dal canto suo, ha respinto le accuse dell’Italia, sostenendo che non fossero basate su prove concrete.

Secondo un filmato ottenuto da Al Jazeera di recente, le autorità egiziane, sotto la supervisione di Aser Kamal, un ufficiale all’epoca responsabile del monitoraggio degli stranieri in Egitto, avevano incaricato un venditore ambulante, di nome Mohammed Abdullah, di rintracciare Regeni. Il video, presumibilmente inviato a Kamal, è la prima prova che conferma come il ricercatore italiano fosse stato preso di mira e monitorato dalle autorità egiziane prima della sua morte.

I genitori del ricercatore stanno da tempo sollecitando il governo italiano a ritirare il suo rappresentante al Cairo, una mossa considerata necessaria per guadagnare potere politico nella questione. “Cosa stanno facendo per Giulio il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio? E perché le nostre relazioni con l’Egitto sono diventate sempre più amichevoli?”, ha detto, il 10 dicembre, la madre di Regeni, Paola Defenti.

La recente accusa dei pubblici ministeri italiani chiede che l’Egitto risponda per le azioni dei suoi servizi di sicurezza. Come sottolineato dal quotidiano britannico The Guardian, Il Cairo ha a lungo fornito l’immunità agli ufficiali accusati di crimini commessi contro i civili. La Commissione Egiziana per i Diritti e le Libertà, i cui avvocati fungono da consulente legale della famiglia Regeni in Egitto, ha dichiarato, lo scorso settembre, che le forze di sicurezza hanno “fatto sparire” con la forza 2.723 persone dal 2015.

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Chiara Gentili

 

di Redazione

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