Lo Yemen, la Libia e il ruolo dell’Italia

Pubblicato il 29 dicembre 2020 alle 6:00 in Il commento Yemen

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Le notizie più belle di Natale giungono dallo Yemen. La prima notizia è che, ormai da mesi, non si registrano morti tra i civili sotto i bombardamenti aerei. L’Arabia Saudita, pressata dall’Onu, ha imposto nuove regole di ingaggio ai suoi piloti, che hanno dato buoni frutti. I morti civili sono stati zero a ottobre e 4 a novembre, secondo le ultime statistiche rilasciate dal “Yemen Data Project”. La speranza è che a dicembre si torni ai numeri di ottobre, ovvero zero vittime civili, ma occorre attendere gennaio, quando verranno rilasciati i dati relativi al mese in corso. La seconda bella notizia è che è nato un nuovo governo unitario, che ha posto fine al conflitto tra le forze del presidente Hadi e quelle del fronte separatista o Consiglio di transizione meridionale. Come abbiamo spiegato alcune settimane fa, in Yemen  si combattono, anzi, si combattevano, due guerre. La prima contrappone il presidente Hadi e i ribelli Houthi, sostenuti dall’Iran. Questo primo conflitto perdura e si concentra nella regione ricca di petrolio di Marib. Il secondo, invece, è appena terminato. Le forze del presidente Hadi e quelle del Consiglio di transizione meridionale hanno creato un governo unitario, attuando gli accordi di Riad del 5 novembre 2019, voluti dall’Arabia Saudita. La speranza è che l’arrivo di Biden alla Casa Bianca ponga fine anche all’ultimo conflitto ancora aperto. Le premesse ci sarebbero: il presidente Hadi e gli Houthi hanno firmato gli accordi di Stoccolma del 13 dicembre 2018, che hanno fatto passi avanti, ad esempio lo scambio di prigionieri del 15 ottobre scorso, e passi indietro. Però gli accordi esistono e questa è una fortuna. Ciò di cui avremmo bisogno è un presidente americano disposto a farli rispettare, stabilendo relazioni virtuose con i principali Stati coinvolti nella mischia. Biden sembra la persona giusta. Si è pronunciato contro la guerra in Yemen e vuole migliorare i rapporti con l’Iran.

Scorrendo l’atlante dallo Yemen alla Libia, le buone notizie si perdono per strada. Il generale Haftar torna alle minacce, mentre ammassa armi, pianta mine e invia soldati al fronte di Sirte e al-Jufra. Haftar ha dichiarato di essere pronto a sparare sui soldati turchi, se Erdogan non abbandonerà la Libia. Perché è così furioso? La ragione è presto detta: il parlamento turco ha appena rinnovato la missione in Libia per altri 18 mesi. Il punto di vista di Haftar è comprensibile. Il problema è che esiste anche il punto di vista dei turchi, i quali non riescono a capire per quale motivo l’Egitto dovrebbe essere onnipresente in Libia, sostenendo Haftar in ogni modo, mentre Erdogan dovrebbe abbandonare Tripoli, che ha chiesto l’aiuto della Turchia nel rispetto del diritto internazionale. Detto più chiaramente, la Turchia è a Tripoli e ci può stare perché le sue truppe sono state richieste da un governo legittimo che stava per essere rovesciato dall’attacco del governo di Tobruk, privo di riconoscimento internazionale. Il ragionamento dei turchi è il seguente: “O tutti gli Stati escono dalla Libia, a partire dall’Egitto, oppure la Turchia manterrà la sua presenza”. È difficile trovare incongruenze logiche in un simile processo di pensiero. Quanto al governo Conte, continua a essere marginale in Libia, senza che sia possibile biasimarlo. La ragione della sua irrilevanza è soprattutto nella struttura delle relazioni internazionali. L’Italia non può partecipare alle guerre, nemmeno indirettamente. E così, una volta iniziata l’offensiva di Haftar, gli italiani si sono ritrovati alla finestra. A complicare la situazione giunge Nikolai Mladenov, ex ministro degli esteri della Bulgaria, che ha rifiutato di guidare la missione Onu in Libia (UNSMIL). A marzo, l’inviato speciale dell’Onu, il libanese Ghassan Salamé, si era dimesso per motivi di “stress”. Oggi il bulgaro Mladenov rifiuta per “motivi personali e familiari”. Il primo era stressato; il secondo teme di stressarsi. Ecco il paradosso: l’Onu non affida l’incarico all’Italia perché ha troppi interessi in Libia, mentre altri Paesi, come la Bulgaria, lo rifiutano perché sono poco interessati. Eppure l’Italia avrebbe un eccesso di nomi da spendere. Il ministro Luigi Di Maio deve seguire con attenzione le evoluzioni in Libia, che potrebbe infiammarsi facilmente.

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Alessandro Orsini

Articolo apparso nella rubrica domenicale di Alessandro Orsini per il “Messaggero”, riprodotto per gentile concessione del direttore.

di Redazione

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