Colombia 2020: bilancio di un anno di sangue

Pubblicato il 29 dicembre 2020 alle 6:26 in America Latina Colombia

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La Colombia chiude un anno caratterizzato da un’auge della violenza, con quasi 90 massacri perpetrati da attori armati illegali in varie regioni del Paese, che hanno evidenziato la mancanza di presenza statale in alcuni territori e hanno ricordato i tempi precedenti all’Accordo di Pace con le FARC.

Il Centro nazionale per la memoria storica (CNMH) sottolinea che dal 1985 al 2012, negli anni di maggiore violenza in Colombia, sono morte 11.751 persone in 1.982 massacri, al ritmo di 73 all’anno, mentre nel 2020, secondo i dati resi pubblici lo scorso 25 dicembre sono 89 i massacri perpetrati, secondo l’Istituto per lo sviluppo e gli studi sulla pace (Indepaz).

Negli 89 omicidi di massa sono state assassinate 370 persone, la maggioranza nel dipartimento di Antioquia (nord-ovest), dove sono stati perpetrati 21 attacchi armati. Nemmeno le restrizioni alla mobilità decretate dal Governo in tutto il paese per contenere la pandemia COVID-19 sono servite a limitare tale violenza.

“Purtroppo, dobbiamo accettarlo come Paese: non è che siano tornati, è che questi atti di omicidi collettivi non sono mai andati via”, aveva affermato il presidente colombiano Iván Duque, dopo l’omicidio di cinque minori nella città di Cali (sud-ovest) lo scorso agosto, mese in cui si è verificato il maggior numero di questi eventi nel Paese, con 11 omicidi di massa.

Il dato è allarmante se confrontato con i 36 massacri registrati nel 2019 dall’Ufficio dell’Alto Commissario Onu per i diritti umani (Acnudh), che ha assicurato che questo è stato “un anno molto violento per i diritti umani in Colombia”.

Il Governo definisce gli eventi come “omicidi collettivi” e non come “massacri”, una definizione controversa con cui i politici colombiani cercano di edulcorare il movente politico di tali fatti di sangue. In altre parole, l’espressione ‘massacro’ implicherebbe che il Governo abbia riconosciuto dinanzi alla comunità internazionale l’esistenza del conflitto armato nel paese motivato da gruppi armati illegali che cercano di ottenere il controllo economico o territoriale di una regione, fatto che l’Esecutivo ha deciso a negare.

Tuttavia, segnalando i presunti responsabili di questi eventi, il Governo coinvolge gruppi che per decenni sono stati protagonisti del conflitto interno, come i guerriglieri dell’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) , con cui l’Amministrazione di Juan Manuel Santos (2010- 2018) ha avuto brevi e fallimentari colloqui di pace.

Tra gli accusati di aver perpetrato le stragi ci sono anche i dissidenti delle ex Farc e del gruppo armato organizzato Clan del Golfo (dissidenza paramilitare), oltre ad altri attori legati al narcotraffico.

Da parte sua, anche la Procura generale definisce i massacri “omicidi collettivi” e sostiene di aver compiuto progressi “del 61,73% nella chiarificazione degli omicidi collettivi denunciati nel 2020 con quattro o più vittime”.

I conti della Procura non coincidono con quelli di centri studi come Indepaz, e afferma che “su 33 casi registrati” tra gennaio e fine novembre scorso ne ha risolti 22.

La disparità si verifica perché mentre alcuni centri di studio considerano la morte violenta di tre o più persone “nello stesso luogo e dallo stesso attore” come un massacro – come stabilito dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani nel 1999,per il go verno e gli organismi statali gli “omicidi collettivi” vengono conteggiati da quattro morti in su.

Qualunque sia il criterio di misurazione, la verità è che la maggior parte dei massacri nel 2020 sono legati alla produzione o al traffico di cocaina, un alcaloide che è in gran parte responsabile del conflitto armato nel Paese.

La Colombia è il più grande coltivatore di coca al mondo, con 154.000 ettari registrati nel 2019, una cifra che in quell’anno significava leader del 70% dei raccolti illeciti sul pianeta, seguita dal Perù, con 20 %, e dalla Bolivia, con il restante 10%, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il narcotraffico

I raccolti illeciti non sono stati l’unica ragione dei massacri in Colombia nel 2020. Tra questi va annoverata la mancanza di un’adeguata attuazione dell’Accordo di pace, che ha portato i gruppi armati a voler impadronirsi dei territori che in precedenza erano dominati dalle FARC, per i quali assassinano leader sociali, contadini, indigeni e afro-discendenti che abitano quelle regioni.

Il 25 novembre, infatti, un giorno prima della firma dei primi quattro anni dell’Accordo, la Fondazione Ideas for Peace (FIP) ha presentato un bilancio secondo il quale “un nuovo ciclo di violenza organizzata in Colombia “, che è diventato più intenso negli ultimi anni.

Secondo la Fondazione, le azioni dei gruppi armati sono aumentate del 65% dalla firma dell’Accordo di Pace fino ad oggi, di cui il 38% è stato effettuato dall’ELN e il 34% dai dissidenti delle FARC.

I massacri sono in aumento dopo la firma dell’Accordo di pace dell’Avana tra lo Stato e le FARC nel novembre 2016. Secondo le Nazioni unite, nel 2017 ci sono stati 11 massacri nel Paese, mentre nel 2018 sono stati 29 e nel 2019 la cifra ha raggiunto i 36.

Questo 2020 non è ancora finito e il numero totale di massacri ora supera il doppio di quelli commessi un anno fa, la maggior parte dei quali ad Antioquia, Cauca (sud-ovest), Norte de Santander (nord-est) e Caquetá (sud).

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Italo Cosentino, interprete di spagnolo

 

di Redazione

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