Arabia Saudita: l’attivista al-Hathloul verrà liberata a marzo 2021

Pubblicato il 28 dicembre 2020 alle 17:01 in Arabia Saudita Medio Oriente

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Un’attivista saudita, Loujain al-Hathloul, è stata condannata dalla Corte anti-terrorismo a cinque anni e otto mesi di reclusione, con accuse di terrorismo. La sentenza è giunta lunedì 28 dicembre, a seguito di una mobilitazione avviata da diverse organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International.

Al-Hathloul, 31 enne, era stata arrestata, insieme ad altre donne saudite, il 15 maggio 2018, dopo aver condotto una campagna pacifica volta a chiedere la fine della tutela maschile obbligatoria per le donne saudite, giustizia e uguaglianza per la componente femminile, e il diritto a condurre l’auto. L’arresto era giunto poche settimane prima della fine del bando alla guida femminile, promosso dal principe ereditario Mohammed Bin Salman. Poi, il 13 marzo 2019, Loujain era stata portata davanti al tribunale penale di Riad e dal gennaio 2020 è stata posta per diversi periodi in isolamento.

Stando a quanto riferito da fonti saudite, le accuse rivolte contro l’attivista comprendono attività “criminali” proibite dall’articolo 43 della legge contro il terrorismo e il suo finanziamento, tra cui l’aver contattato organizzazioni internazionali e Paesi considerati nemici dal Regno, oltre ad aver istigato al cambiamento politico, adottando una “agenda straniera”, e ad aver impiegato Internet per danneggiare l’ordine pubblico, cooperando con una serie di individui ed entità che hanno commesso atti criminali ai sensi della suddetta legge. Dopo aver denunciato maltrattamenti, torture e molestie di diverso tipo, tra cui abusi sessuali ed elettroshock, Loujain aveva dato il via ad uno sciopero della fame, il 26 ottobre scorso. Ciò ha destato la preoccupazione della Commissione dell’Onu per l’eliminazione della discriminazione contro le donne (CEDAW), il quale ha chiesto il rilascio immediato di al-Hathloul.

Con la sentenza pronunciata il 28 dicembre, è stata prevista una sospensione della pena di due anni e dieci mesi. Pertanto, considerato che due anni e sette mesi sono stati già scontati, l’attivista saudita dovrebbe uscire di prigione nel mese di marzo 2021. Il giudice del tribunale ha riferito di aver basato la propria decisione sulle confessioni dell’imputata, le quali sarebbero state documentate e non sarebbero state frutto di coercizione. Tuttavia, secondo diversi attivisti, il risultato raggiunto il 28 dicembre rappresenta un tentativo di “salvare la faccia saudita”, a fronte della forte mobilitazione internazionale degli ultimi mesi.

Sima Godfrey, un professore associato di francese presso l’Università della British Columbia, ha descritto al-Hathloul una “persona molto forte”. “Sapeva cosa stava rischiando e non aveva paura. Se non altro, non vedeva l’ora di affrontare la sfida”, ha dichiarato nel 2018 Godfrey, aggiungendo che l’attivista proviene da una famiglia progressista, che l’aveva incoraggiata nel percorso politico, diversamente dalle restanti famiglie saudite, che temono la reazione del Regno contro forme di dissenso. Visto il successo ottenuto dalla sua campagna, Al-Hathloul era stata candidata per il Premio Nobel per la Pace nel 2019. La sua figura è divenuta nota all’interno dei circoli dei difensori per i diritti umani. Anche gli esperti dei diritti umani delle Nazioni Unite hanno messo in dubbio le accuse rivolte dalla magistratura di Riad contro al-Hathloul, spingendo difensori e legislatori per i diritti umani sia in Europa sia negli Stati Uniti a chiederne il rilascio.

Secondo l’organizzazione non governativa al-Qst, i documenti presentati dalla Corte presentano “gravi difetti giudiziari”, comprese le prove dell’accusa in cui si dice che la donna abbia confessato azioni legate al suo attivismo per i diritti umani. “Più informazioni vengono alla luce dal processo di Loujain al-Hathloul, più diventa evidente quanto l’intero processo sia profondamente difettoso”, ha affermato il direttore esecutivo di ALQST Alaa Al-Siddiq, secondo cui “le autorità saudite si sono prese gioco della giustizia”. In tale quadro, secondo i familiari di Loujain, alcune delle torture sono state perpetrate alla presenza dello stretto collaboratore del principe ereditario bin Salman, Saud al-Qahtani.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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