L’Etiopia alle urne il 5 giugno 2021

Pubblicato il 25 dicembre 2020 alle 16:04 in Africa Etiopia

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La Commissione elettorale nazionale dell’Etiopia ha annunciato, il 25 dicembre, che nel Paese si terranno elezioni parlamentari il 5 giugno 2021.

Queste erano state inizialmente fissate per il mese di agosto scorso, ma, a causa della pandemia di Coronavirus, erano state rinviate. Il capo del partito che vincerà le elezioni del 5 giugno diventerà il nuovo primo ministro. Al suo annuncio, il voto era stato considerato un primo test significativo dell’operato riformista del premier Abiy Ahmed, in quella che una volta era una delle nazioni più repressive del continente africano. Nonostante il primo ministro abbia voluto mostrare un nuovo volto della politica etiope, introducendo riforme per favorire la stabilità nazionale e regionale, non è riuscito a risanare problematiche e spaccature di tipo etnico, così come testimoniato dalle tensioni che caratterizzano da settimane la regione del Tigray, contro cui lo stesso premier ha lanciato un’operazione militare il 4 novembre, provocando circa 950.000 sfollati.

L’Etiopia, definita la seconda nazione più popolosa dell’Africa, ha un sistema federale che vede la presenza di dieci governi regionali, molti dei quali hanno dato vita a controversie su questioni relative alla definizione dei confini e sono tuttora testimoni di disordini di diversa entità. Negli ultimi mesi, a seguito del rinvio delle elezioni, i legislatori etiopi hanno deciso di estendere i mandati dei funzionari, che sarebbero scaduti a inizio ottobre, mentre i leader del Tigray si sono rifiutati di accettare la decisione e sono andati avanti con le elezioni regionali, a settembre. Il voto, tuttavia, è stato ritenuto “illegale” dal governo di Abiy. Ora, la commissione elettorale ha riferito che non è prevista una nuova tornata elettorale per la regione del Tigray, e che un’eventuale data sarà annunciata una volta che il governo ad interim istituito durante il conflitto sarà in grado di sostenere l’apertura di uffici elettorali.

Nel frattempo, il Prosperity Party di Abiy, un movimento pan-etiope fondato dal premier un anno fa, deve affrontare le sfide di partiti a base etnica sempre più determinati a conquistare potere nelle proprie regioni. Per quasi trenta anni, fino alla nomina di Abiy, avvenuta il 2 aprile 2018, l’Etiopia è stata governata da una coalizione di quattro movimenti a base etnica, dominati dal partito del Tigray, il Fronte di Liberazione del Popolo tigrino (TPLF). Dopo anni di sanguinose proteste anti-governative, Abiy, oltre ad aver riunito i movimenti sotto il Prosperity Party, si è fatto promotore di riforme sociali, economiche e di sicurezza che hanno riguardato, tra le altre cose, la scarcerazione dei prigionieri politici, la fine dello stato di emergenza e la stabilizzazione delle relazioni con gli altri Paesi del Corno. Il fine è portare l’Etiopia sulla strada della transizione democratica.

In politica interna, i maggiori risultati finora ottenuti, oltre alla firma dell’accordo di pace con l’Eritrea, grazie al quale Abiy ha guadagnato il Nobel per la pace nel 2019, sono stati la liberazione di migliaia di prigionieri politici e l’organizzazione di colloqui di pace con diversi gruppi di ribelli, tra cui l’Oromo Liberation front (OLF), il Patriotic Ginbot (PG7), l’Ogaden National Liberation Front (ONLF).

Tuttavia, i focolai di violenza all’interno delle regioni non si sono mai spenti. A tal proposito, il 24 dicembre, l’esercito etiope ha dichiarato di aver ucciso 42 uomini armati accusati di aver preso parte a un massacro nella regione occidentale di Benishangul-Gumuz, al confine con il Sudan. In particolare, il gruppo armato avrebbe sterminato più di 100 persone in un attacco all’alba nel villaggio di Bekoji, situato nella suddetta regione. Parallelamente, vi è un’insurrezione di lunga data anche nella regione di Oromiya, la regione più popolosa dell’Etiopia. Qui, l’Oromo Liberation Front, un partito di opposizione locale precedentemente classificato come un gruppo terroristico, ha dichiarato, il 12 dicembre, che il governo stava usando la prospettiva di nuove elezioni per distogliere l’attenzione dalla miriade di problemi del Paese, relativi perlopiù a una crisi di sicurezza e a catastrofi politiche.  

  

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Piera Laurenza, interprete di arabo e inglese

di Redazione

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