Iraq: Washington riconsidera la chiusura della sua ambasciata

Pubblicato il 24 dicembre 2020 alle 9:42 in Iraq USA e Canada

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A seguito dell’attacco missilistico che, il 20 dicembre, ha colpito la Green Zone di Baghdad, Washington sta nuovamente prendendo in considerazione l’idea di chiudere la propria ambasciata in Iraq. L’Iran, nel frattempo, ha respinto le accuse che lo vedrebbero coinvolto nell’attentato.

Il 20 dicembre, le forze irachene hanno riferito che otto missili di tipo Katyusha sono stati lanciati dall’accampamento di al-Rasheed, situato a Sud-Est di Baghdad, e hanno colpito un complesso residenziale all’interno della Green Zone, un’area fortificata sede di istituzioni governative e ambasciate, tra cui quella statunitense. Per gli USA, la responsabilità è da attribuirsi alle milizie filoiraniane, già colpevoli dei diversi attacchi che, dal mese di ottobre 2019, hanno preso di mira gli obiettivi statunitensi in Iraq.

Secondo quanto riportato dal quotidiano al-Araby al-Jadeed il 23 dicembre, Washington sta valutando la possibilità di chiudere la propria ambasciata nella capitale irachena. A detta di un funzionario di alto livello dell’amministrazione USA, si tratterebbe, in realtà, di una delle opzioni al vaglio, le quali fanno tutte presagire a una possibile risposta degli Stati Uniti di fronte alla perdurante minaccia iraniana. In tale quadro si inserisce altresì un tweet del presidente statunitense uscente, Donald Trump, del 23 dicembre, in cui, allegando una foto di tre missili, ha affermato: “La nostra ambasciata a Baghdad è stata colpita domenica da diversi missili, tre dei quali non sono stati lanciati. Indovinate da dove provenivano: l’Iran. Ora riceviamo notizie di ulteriori attacchi contro gli americani in Iraq …”. Trump ha poi messo in guardia Teheran, affermando che “se anche solo un cittadino statunitense” verrà ucciso, sarà l’Iran ad essere ritenuto responsabile.

Il 23 dicembre, fonti mediatiche militari dell’esercito iracheno hanno riferito che un convoglio dell’esercito statunitense, delle forze della coalizione internazionale anti-ISIS, è stato colpito da ordigni esplosivi improvvisati, mentre viaggiava verso la provincia irachena di Babilonia. L’esplosione non ha provocato vittime, ma soltanto danni a una delle ruote del veicolo che trasportava supporto logistico. Tuttavia, non è la prima volta che le forze statunitensi, attive nella coalizione internazionale impegnata nella lotta contro lo Stato Islamico, sono al centro di episodi simili.

A partire dal mese di ottobre 2019, sono più di 30 gli attacchi contro basi e strutture statunitensi in Iraq, che hanno portato Washington a minacciare una ritorsione contro le milizie irachene filoiraniane, con riferimento alle cosiddette Brigate di Hezbollah, ritenute responsabili di diversi attentati. Nonostante la tregua proposta dalle milizie filoiraniane, l’11 ottobre, non sono mancati episodi di aggressione contro obiettivi statunitensi. Motivo per cui, Washington, che sta gradualmente riducendo le sue 5.000 truppe in Iraq, aveva già minacciato, il 28 settembre, di chiudere la propria ambasciata a Baghdad, a meno che il governo iracheno non avesse frenato queste “fazioni canaglia” sostenute dall’Iran.

A seguito dell’episodio del 20 dicembre, il premier iracheno, Mustafa al-Kadhimi ha condannato l’accaduto, definendolo un atto terroristico “codardo”, e ha riferito di aver arrestato un gruppo di uomini sospettati di essere coinvolti nell’attacco, tra cui anche membri dell’apparato di sicurezza. Da parte sua, il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, il 24 dicembre, ha respinto le accuse rivolte dagli Stati Uniti contro il suo Paese, affermando in un tweet rivolto al capo della Casa Bianca: “Mettere i tuoi cittadini all’estero in pericolo non distoglierà l’attenzione dai catastrofici fallimenti interni”.

Nel frattempo, la televisione iraniana ha riferito che, il 22 dicembre, il nuovo capo della Quds Force, Ismail Qaani, braccio esterno delle Guardie rivoluzionarie iraniane, si è recato in Iraq per incontrare alti funzionari iracheni a Baghdad. Le parti hanno discusso dei meccanismi per rafforzare i legami bilaterali tra Teheran e Baghdad, mentre non è da escludersi che sia stata rivolta l’attenzione verso il dossier sicurezza, temendo una ritorsione statunitense contro l’Iran nei territori iracheni.

Tale clima coincide con l’avvicinarsi del primo anniversario di un episodio considerato l’apice delle tensioni tra Iran e Stati Uniti sul suolo iracheno, ovvero la morte del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, e del vice comandante delle Forze di Mobilitazione Popolare, Abu Mahdi al-Muhandis, uccisi il 3 gennaio scorso a seguito di un raid ordinato dal capo della Casa Bianca, Donald Trump, contro l’aeroporto internazionale di Baghdad.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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