Iraq, missili contro la Green Zone: un “attentato terroristico codardo”

Pubblicato il 22 dicembre 2020 alle 10:08 in Iraq Medio Oriente

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Il primo ministro iracheno, Mustafa al-Kadhimi, ha condannato quanto accaduto il 20 dicembre a Baghdad, quando missili Katyusha hanno colpito la Green Zone, un’area fortificata che ospita, tra le altre, l’ambasciata statunitense.

In particolare, in dichiarazioni rilasciate il giorno dopo l’attacco, il 21 dicembre, al-Kadhimi ha parlato di un atto terroristico “codardo” che ha minato la vita della popolazione irachena. In un comunicato, le forze irachene avevano riferito che otto missili di tipo Katyusha sono stati lanciati dall’accampamento di al-Rasheed, situato a Sud-Est di Baghdad, e hanno colpito un complesso residenziale all’interno della Green Zone, provocando danni a edifici e automobili. Solo un membro della sicurezza irachena è rimasto ferito, mentre non sono state registrate altre vittime.

Secondo quanto riportato dal quotidiano al-Araby al-Jadeed, è stato lo stesso al-Kadhimi ad annunciare l’arresto di un gruppo di uomini sospettati di essere coinvolti nell’attacco, dopo le reazioni scoppiate a livello internazionale. Tra queste, quella del segretario di stato USA, Mike Pompeo, il quale ha puntato il dito contro milizie filoiraniane stanziate in Iraq, già precedentemente incolpate degli oltre 30 attentati che, a partire da ottobre 2019, hanno preso di mira obiettivi statunitensi nei territori iracheni. “Non accetteremo alcun attacco contro le missioni diplomatiche”, ha affermato il premier di Baghdad, mentre ha riferito che tra gli individui fino ad ora arrestati vi sono anche membri dell’apparato di sicurezza.

Al momento del lancio dei missili, dall’ambasciata statunitense è stato attivato il sistema di difesa C-RAM, solitamente impiegato per distruggere missili a mezz’aria, il quale è stato installato dalle forza statunitensi mesi fa, a seguito delle perduranti minacce e attacchi. Il compound statunitense, ha riportato l’ambasciata, ha subito lievi danni, ma Washington ha esortato i leader iracheni a prendere le misure necessarie per evitare episodi simili e a portare i responsabili davanti alla giustizia.

Tra i gruppi sciiti ritenuti tra i possibili responsabili vi sono Asa’ib Ahl al-Haq e Katai’b Hezbollah, ovvero le Brigate di Hezbollah. Questi, secondo alcuni politici iracheni, starebbero cercando di agitare ulteriormente le acque e di provocare l’ira dei governi sia statunitense sia iracheno, al fine di spingere Washington a reagire. Tuttavia, è stato evidenziato, l’unica vittima di tali manovre continua ad essere il popolo iracheno, la cui vita viene costantemente messa in pericolo dal lancio di missili.

Come evidenziato da al-Araby al-Jadeed, quanto accaduto il 20 dicembre ha rischiato, ancora una volta, di minare le relazioni tra Washington e Baghdad, in un momento in cui gli USA stanno gradualmente riducendo il numero delle truppe stanziate nei territori iracheni, che potrebbero passare da 5.000 a circa 2.500. In tale quadro, era stato lo stesso al-Kadhimi a promuovere il cosiddetto “Dialogo strategico”, il cui secondo round si è tenuto il 20 agosto. S tratta di una serie di colloqui tra delegati statunitensi e iracheni, volti a definire il ruolo degli Stati Uniti in Iraq e a discutere del futuro delle relazioni economiche, politiche e in materia di sicurezza tra le due parti, con il fine ultimo di creare una sorta di stabilità nell’asse Washington-Baghdad e rafforzare i legami tra i due Paesi sulla base di interessi reciproci.

Non da ultimo, l’episodio del 20 dicembre giunge a poche settimane dal primo anniversario di un episodio che è stato considerato l’apice delle tensioni tra Washington e Teheran sul suolo iracheno. Il riferimento va alla morte del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, e del vice comandante delle Forze di Mobilitazione Popolare, Abu Mahdi al-Muhandis, uccisi il 3 gennaio 2020 a seguito di un raid ordinato dal capo della Casa Bianca, Donald Trump, contro l’aeroporto internazionale di Baghdad. Tale episodio, accanto ad altri verificatisi tra dicembre 2019 e gennaio 2020, erano stati considerati una forma di violazione della sovranità irachena da parte di Washington. Motivo per cui il Parlamento di Baghdad, il 5 gennaio, aveva proposto al governo di espellere tutte le forze straniere, e nello specifico statunitensi, dal Paese.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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