Etiopia e Sudan avviano colloqui per risolvere la disputa di confine

Pubblicato il 22 dicembre 2020 alle 17:17 in Etiopia Sudan

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Il Sudan e l’Etiopia hanno iniziato, martedì 22 dicembre, i colloqui per discutere della questione relativa alla demarcazione del proprio confine condiviso. Lo ha riferito oggi l’ufficio del primo ministro sudanese Abdalla Hamdok, una settimana dopo lo scontro a fuoco avvenuto in un’area contesa tra i due Paesi.

Le due delegazioni, che si sono incontrate a Khartoum, sono state guidate dal vice primo ministro e ministro degli esteri dell’Etiopia, Demeke Mekonnen, e dal ministro del Sudan responsabile del gabinetto, Omar Manis. Hamdok e la sua controparte etiope Abiy Ahmed avevano già concordato, domenica 20 dicembre, di avviare i colloqui durante un vertice del blocco regionale dell’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (IGAD), tenutosi in Gibuti. 

I colloqui, della durata di due giorni, arrivano dopo che il governo di Khartoum ha accusato le forze e le milizie etiopi di aver teso un’imboscata a una pattuglia sudanese situata nella regione di confine di Al-Fashaga. I rapporti etiopi, tuttavia, sostengono che l’esercito sudanese avrebbe sequestrato l’intera area di confine, contesa tra le due parti.

Il 15 dicembre, dicono i funzionari del Sudan, 4 soldati sono stati uccisi e altre 20 persone sono rimaste ferite in un “agguato” delle forze etiopi e delle sue milizie “all’interno dei confini sudanesi”. L’offensiva è avvenuta mentre le truppe stavano tornando indietro dopo un’ispezione dell’area di Abu Tyour, nella provincia di al-Qadarif, alla frontiera con l’Etiopia. Da allora il Sudan ha dispiegato i propri uomini nella regione di confine di Al-Fashaqa, teatro di sporadici scontri. L’area più contesa è uno spazio di 250 chilometri quadrati dove gli agricoltori etiopi coltivano la terra sul suolo rivendicato dal Sudan. Il territorio confina con la tormentata regione del Tigray, in Etiopia, dove il mese scorso è scoppiata una guerra civile che ha provocato migliaia di sfollati e rifugiati, la maggior parte accolti dal Sudan.

I due Paesi condividono un confine di circa 1.600 chilometri. Nel 1902, fu stipulato tra la Gran Bretagna, l’allora potenza coloniale del Sudan, e l’Etiopia, un accordo per tracciare la frontiera ma nel documento mancava l’individuazione di chiare linee di demarcazione. Gli ultimi colloqui sul confine tra Sudan ed Etiopia si sono tenuti, il 29 maggio 2020, ad Addis Abeba. In precedenza, tra il 2002 e il 2006, si sono svolte regolari riunioni tra i due Paesi per affrontare la questione della demarcazione delle frontiere.

L’Etiopia ha voluto minimizzare il recente incidente lungo il confine, affermando che non rappresenta una minaccia per le relazioni tra i due Paesi. Un portavoce del Ministero degli Esteri ad Addis Abeba ha dichiarato che le forze di sicurezza etiopi avrebbero respinto un gruppo di ufficiali di basso rango e agricoltori sudanesi, che avevano invaso il territorio etiope”.

Il Sudan ha rafforzato la propria presenza militare vicino alla frontiera orientale da quando è iniziato il conflitto tra l’esercito federale etiope e il Fronte di liberazione del Popolo del Tigray (TPLF), il 4 novembre. Questo soprattuto perché le forze del gruppo etnico degli Amhara, che sostengono il governo del primo ministro etiope, Abiy Ahmed, hanno ampliato le loro attività, portando ad altri incidenti nei terreni agricoli contesi vicino al confine dove i rifugiati tigrini hanno cercato riparo. Gli agricoltori della regione di Amhara rivendicano i loro diritti sulle terre nella pianura di al-Fashqa, che il Sudan considera sotto la propria giurisdizione, e gli scontri a volte diventano intensi durante le stagioni della semina e del raccolto. I rifugiati accolti dal Sudan ritengono che le forze di Amhara siano responsabili anche di gran parte delle violenze commesse nella guerra con l’esercito di Addis Abeba.

Il governo etiope ha dichiarato la vittoria sul TPLF il 29 novembre. Ciononostante, secondo quanto riferito da fonti tigrine, i combattimenti continuano ad andare avanti soprattutto negli altipiani e nelle montagne della regione, dove si sono nascosti alcuni leader del TPLF. Le dichiarazioni, tuttavia, sono difficili da verificare perché la maggior parte delle comunicazioni nella regione è stata interrotta durante il conflitto ed è stata solo parzialmente ripristinata di recente.

Le Nazioni Unite stimano che circa 950.000 persone siano rimaste sfollate a causa della crisi. “L’area di conflitto in Etiopia è una zona di confine, ed è vicina al Sudan, all’Eritrea e al Sud Sudan. Per questo potrebbe avere un impatto sull’intero Corno d’Africa e sulla regione del Mar Rosso”, ha affermato Mervat Hamadelnil, capo di un’organizzazione della società civile sudanese che ha spinto il Sudan a prendere una posizione attiva sulla guerra del Tigray. Alcuni si preoccupano anche delle tensioni che gli arrivi di rifugiati rischiano di diffondere nel Paese, il quale sta cercando di riprendersi da decenni di conflitti interni e da una lunga crisi economica.

Addis Abeba ha ordinato l’avvio di operazioni militari nel Tigray il 4 novembre, dopo aver affermato che il TPLF aveva attaccato alcuni campi militari federali situati nella regione, affermazioni che il governo tigrino nega apertamente. Il Fronte di liberazione popolare del Tigray è stato per molto tempo, almeno dal 1991, la forza dominante nella coalizione di governo, il cosiddetto Fronte democratico rivoluzionario popolare etiope (EPRDF), un’alleanza multietnica composta da quattro partiti, che ha guidato il Paese per quasi 30 anni prima che Abiy salisse al potere, nell’aprile 2018, sulla scia di un diffuso sentimento antigovernativo nazionale. Lo scorso anno, il TPLF si è separato dall’EPRDF dopo essersi rifiutato di fondersi con gli altri tre partiti della coalizione nel neo formato Prosperity Party (PP), sotto il comando di Abiy. Molti leader del Tigray si sono lamentati per essere stati ingiustamente citati in procedimenti giudiziari basati su accuse di corruzione o per essere stati rimossi da posizioni di comando e additati spesso come capri espiatori per i mali del Paese. 

L’Etiopia avrebbe dovuto tenere le elezioni nazionali ad agosto, ma l’organo elettorale del Paese ha stabilito, a marzo, che tutte le votazioni avrebbero dovuto essere rinviate a causa della pandemia di coronavirus. I legislatori hanno dunque votato per estendere i mandati dei funzionari, che sarebbero scaduti a inizio ottobre, mentre i leader del Tigray si sono rifiutati di accettare la decisione e sono andati avanti con le elezioni regionali, a settembre. Il voto, tuttavia, è stato ritenuto “illegale” dal governo di Abiy. Pertanto, entrambe le parti si ritengono a vicenda “illegittime” e i parlamentari federali hanno stabilito che il governo di Abiy dovrebbe interrompere i contatti e il finanziamento alla leadership del Tigray.

Leggi Sicurezza Internazionale, il solo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Chiara Gentili

 

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.