Iraq: missili contro l’ambasciata USA, Pompeo accusa Teheran

Pubblicato il 21 dicembre 2020 alle 8:32 in Iraq USA e Canada

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L’esercito iracheno ha riferito che un gruppo di “fuorilegge” ha colpito con missili la Green Zone di Baghdad, un’area fortificata sede di istituzioni e ambasciate, tra cui quella statunitense. Per la presidenza dell’Iraq si è trattato di un attacco terroristico, mentre il segretario di Stato USA, Mike Pompeo, ha puntato il dito contro le milizie filoiraniane.

L’episodio si è verificato il 20 dicembre. In particolare, in un comunicato, le forze irachene hanno riferito che otto missili di tipo Katyusha sono stati lanciati dall’accampamento di al-Rasheed, situato a Sud-Est di Baghdad, e hanno colpito un complesso residenziale all’interno della Green Zone, provocando danni a edifici e automobili. Solo un membro della sicurezza irachena è rimasto ferito, mentre, al momento, non sono state riportate altre vittime.

Fonti locali hanno dichiarato di aver udito il suono delle sirene dalla missione diplomatica USA ospitata dall’area. Inoltre, un funzionario della sicurezza ha affermato che dall’ambasciata statunitense è stato attivato il sistema di difesa C-RAM, che è stato in grado di deviare uno dei missili presumibilmente lanciati contro il compound di Washington. Tale notizia è stata confermata dai video diffusi sui social media, oltre che dall’ambasciata statunitense stessa, la quale ha riferito che il proprio complesso ha subito lievi danni, ma ha esortato i leader iracheni a prendere le misure necessarie per evitare episodi simili e portare i responsabili davanti alla giustizia.  Il sistema C-RAM è solitamente impiegato per distruggere missili a mezz’aria. Questo è stato installato dalle forza statunitensi mesi fa, a seguito delle perduranti minacce e attacchi rivolti contro obiettivi statunitensi in Iraq.

Di fronte all’episodio del 20 dicembre, la presidenza irachena ha condannato quanto accaduto, definendolo un atto terroristico che prende di mira la sovranità dell’Iraq e le sue relazioni con l’ester0. Da parte sua, il leader sciita Muqtada al-Sadr ha invitato il governo iracheno a dichiarare lo stato di emergenza a Baghdad, e ha affermato che “nessuno ha il diritto di usare armi al di fuori dell’apparato dello Stato”. Il segretario di Stato USA, Mike Pompeo, ha invece dichiarato che l’attacco del 20 dicembre è stato perpetrato da milizie affiliate all’Iran, le quali hanno ancora una volta minato la vita dei civili iracheni. A detta di Pompeo, il popolo iracheno merita giustizia e merita di essere salvaguardato da tali aggressori, i quali, a loro volta, dovrebbero porre fine alle proprie azioni destabilizzanti. Parallelamente, il comandante del Comando centrale degli Stati Uniti in Medio Oriente, il generale Frank McKenzie, ha confermato che il suo Paese è “pronto a rispondere” se l’Iran lo attaccherà. “Siamo pronti a difendere noi stessi, i nostri amici e alleati nella regione, e siamo pronti a rispondere se necessario”, sono state le parole del generale statunitense.

A partire dal mese di ottobre 2019, sono più di 30 gli attacchi contro basi e strutture statunitensi in Iraq, che hanno portato Washington a minacciare una ritorsione contro le milizie irachene filoiraniane, con riferimento alle cosiddette Brigate di Hezbollah, ritenute responsabili di diversi attentati. Nonostante la tregua proposta dalle milizie filoiraniane, l’11 ottobre, non sono mancati episodi di aggressione contro obiettivi statunitensi, compresi convogli delle forze della coalizione anti-ISIS, colpite diverse volte con ordigni esplosivi. Da parte sua, Washington, che sta gradualmente riducendo le sue 5.000 truppe in Iraq, aveva minacciato, il 28 settembre, di chiudere la propria ambasciata a Baghdad, a meno che il governo iracheno non avesse frenato queste “fazioni canaglia” sostenute dall’Iran.

La serie di attacchi si è verificata a cavallo di un episodio considerato l’apice delle tensioni tra Iran e Stati Uniti sul suolo iracheno, ovvero la morte del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, e del vice comandante delle Forze di Mobilitazione Popolare, Abu Mahdi al-Muhandis, uccisi il 3 gennaio scorso a seguito di un raid ordinato dal capo della Casa Bianca, Donald Trump, contro l’aeroporto internazionale di Baghdad.

Tale episodio, accanto ad altri verificatisi tra dicembre 2019 e gennaio 2020, erano stati considerati una forma di violazione della sovranità irachena da parte di Washington. Motivo per cui il Parlamento di Baghdad, il 5 gennaio, aveva proposto al governo di espellere tutte le forze straniere, e nello specifico statunitensi, dal Paese. È di fronte a tale scenario che, l’11 giugno scorso, Washington e Baghdad hanno tenuto il primo round di colloqui del cosiddetto “dialogo strategico”, promosso dal primo ministro iracheno Mustafa al-Kadhimi. Il dialogo mira a definire il ruolo degli Stati Uniti nei territori iracheni e a discutere del futuro delle relazioni economiche, politiche e in materia di sicurezza tra i due Paesi, con il fine ultimo di creare una sorta di stabilità nell’asse Washington-Baghdad, e rafforzare i legami tra i due Paesi sulla base di interessi reciproci.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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