Le ripercussioni del conflitto etiope in Sudan

Pubblicato il 19 dicembre 2020 alle 8:01 in Etiopia Sudan

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Gli scontri lungo il confine orientale del Sudan e l’afflusso di decine di migliaia di rifugiati dall’Etiopia si aggiungono alle sfide che il governo di Khartoum deve affrontare nel mezzo di una già difficile transizione politica e di una prolungata crisi economica. Il conflitto civile tra il governo etiope e le forze della regione settentrionale del Tigray ha costretto più di 50.000 rifugiati a trasferirsi in Sudan in poco più di un mese, innescando una complessa operazione umanitaria in una regione già di per sé fragile. In più, oltre a questo, si aggiungono alle preoccupazioni di Khartoum i timori di una possibile diffusione dei disordini etiopi lungo il confine con il Sudan, dove, già martedì 15 dicembre, alcuni soldati sudanesi sono stati uccisi in quello che il Paese ha definito un “agguato” delle forze etiopi e delle sue milizie all’interno dei suoi confini. L’attacco è avvenuto mentre le truppe stavano tornando indietro dopo un’ispezione dell’area di Abu Tyour, nella provincia di al-Qadarif, al confine con l’Etiopia. Almeno 4 uomini, incluso un ufficiale, sarebbero morti, secondo fonti militari. I funzionari etiopi non hanno ancora risposto alle richieste di commentare l’incidente.

Il Sudan ha rafforzato la propria presenza militare vicino alla frontiera orientale da quando è iniziato il conflitto tra l’esercito federale etiope e il Fronte di liberazione del Popolo del Tigray (TPLF), il 4 novembre. Le forze del gruppo etnico degli Amhara, che sostengono il governo del primo ministro etiope, Abiy Ahmed, hanno tuttavia ampliato le loro attività, portando ad altri incidenti nei terreni agricoli contesi vicino al confine dove i rifugiati hanno cercato riparo. “Le tensioni sono aumentate e di recente si sono verificate alcune scaramucce”, ha riferito all’agenzia di stampa Reuters il ministro dell’Informazione sudanese, Faisal Salih. Gli agricoltori della regione di Amhara rivendicano i loro diritti sulle terre nella pianura di al-Fashqa, che il Sudan considera sotto la propria giurisdizione, e gli scontri a volte diventano intensi durante le stagioni della semina e del raccolto. I rifugiati tigrini accolti dal Sudan ritengono che le forze di Amhara siano responsabili anche di gran parte delle violenze commesse nella guerra con l’esercito di Addis Abeba.

Spinto dalle preoccupazioni per la sicurezza, il primo ministro sudanese, Abdalla Hamdok, è volato in Etiopia, il 13 dicembre, portando quella che gli alti funzionari sudanesi hanno definito una proposta di mediazione. Il governo etiope, che ha dichiarato la vittoria sul TPLF il 29 novembre, ha detto, dal canto suo, che l’offerta non era necessaria. Ciononostante, secondo quanto riferito da fonti tigrine, i combattimenti continuano ad andare avanti soprattutto negli altipiani e nelle montagne della regione, dove si sono nascosti alcuni leader del TPLF. Le dichiarazioni, tuttavia, sono difficili da verificare perché la maggior parte delle comunicazioni nella regione è stata interrotta durante il conflitto ed è stata solo parzialmente ripristinata di recente.

Nel corso del loro incontro, Hamdok e Abiy hanno concordato di lanciare una commissione incaricata di risolvere la disputa sul confine, che risale al periodo coloniale, e hanno parlato di riprendere i colloqui con l’Egitto, al momento bloccati, sulla costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), il progetto idroelettrico che l’Etiopia intende portare a termine sul fiume Nilo Azzurro.

In Sudan, tuttavia, alcuni continuare a temere per le ripercussioni dei combattimenti etiopi. Le Nazioni Unite stimano che circa 950.000 persone siano rimaste sfollate a causa della crisi. “L’area di conflitto in Etiopia è una zona di confine, ed è vicina al Sudan, all’Eritrea e al Sud Sudan. Per questo potrebbe avere un impatto sull’intero Corno d’Africa e sulla regione del Mar Rosso”, ha affermato Mervat Hamadelnil, capo di un’organizzazione della società civile sudanese che ha spinto il Sudan a prendere una posizione attiva sulla guerra del Tigray. Alcuni si preoccupano anche delle tensioni che gli arrivi di rifugiati rischiano di diffondere nel Paese, il quale sta cercando di riprendersi da decenni di conflitti interni e da una lunga crisi economica.

Quando i primi rifugiati sono arrivati, il mese scorso, le comunità locali nel Sudan orientale li hanno accolti senza problemi, hanno riferito residenti e funzionari. Tuttavia, l’afflusso sta facendo aumentare i prezzi dei beni di prima necessità e le agenzie umanitarie stanno lottando per fornire cibo, acqua e assistenza sanitaria alle persone in difficoltà. Il governo del Sudan ha poi consigliato a molti funzionari pubblici di lavorare da casa a seguito dell’aumento dei casi di coronavirus, che complica le operazioni logistiche. Il capo della commissione per i rifugiati del Sudan è morto a causa del COVID-19, a inizio dicembre.

Un elemento di tensione è dovuto al fatto che le autorità sudanesi, sostenute dalle Nazioni Unite, sono desiderose di spostare rapidamente i rifugiati dal confine ai campi, soprattutto per paura che le forze del Tigray possano usare il Paese come base per la retroguardia, ha dichiarato a Reuters un membro del personale di un’organizzazione umanitaria che lavora in zona. Alcuni rifugiati, tuttavia, sono riluttanti a spostarsi e sperano di tornare in Etiopia per riabbracciare i parenti e recuperare i beni e i raccolti. “Il Sudan deve stare molto attento. Non possono permettersi ora di ospitare leader e gruppi armati dell’opposizione”, ha detto Suliman Baldo, consigliere politico per The Sentry, un Gruppo di ricerca con sede a Washington, sottolineando la posizione internazionale e il ruolo rivestito dal primo ministro Abiy, vincitore anche del Premio Nobel per la Pace nel 2019. 

Addis Abeba ha ordinato l’avvio di operazioni militari nel Tigray il 4 novembre, dopo aver affermato che il TPLF aveva attaccato alcuni campi militari federali situati nella regione, affermazioni che il governo tigrino nega apertamente. Il Fronte di liberazione popolare del Tigray è stato per molto tempo, almeno dal 1991, la forza dominante nella coalizione di governo, il cosiddetto Fronte democratico rivoluzionario popolare etiope (EPRDF), un’alleanza multietnica composta da quattro partiti, che ha guidato il Paese per quasi 30 anni prima che Abiy salisse al potere, nell’aprile 2018, sulla scia di un diffuso sentimento antigovernativo nazionale. Lo scorso anno, il TPLF si è separato dall’EPRDF dopo essersi rifiutato di fondersi con gli altri tre partiti della coalizione nel neo formato Prosperity Party (PP), sotto il comando di Abiy. Molti leader del Tigray si sono lamentati per essere stati ingiustamente citati in procedimenti giudiziari basati su accuse di corruzione o per essere stati rimossi da posizioni di comando e additati spesso come capri espiatori per i mali del Paese. 

L’Etiopia avrebbe dovuto tenere le elezioni nazionali ad agosto, ma l’organo elettorale del Paese ha stabilito, a marzo, che tutte le votazioni avrebbero dovuto essere rinviate a causa della pandemia di coronavirus. I legislatori hanno dunque votato per estendere i mandati dei funzionari, che sarebbero scaduti a inizio ottobre, mentre i leader del Tigray si sono rifiutati di accettare la decisione e sono andati avanti con le elezioni regionali, a settembre. Il voto, tuttavia, è stato ritenuto “illegale” dal governo di Abiy. Pertanto, entrambe le parti si ritengono a vicenda “illegittime” e i parlamentari federali hanno stabilito che il governo di Abiy dovrebbe interrompere i contatti e il finanziamento alla leadership del Tigray.

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Chiara Gentili

di Redazione

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