Siria: agricoltura e petrolio, altre vittime del conflitto

Pubblicato il 17 dicembre 2020 alle 16:09 in Medio Oriente Siria

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Mentre 9,3 milioni di siriani soffrono di insicurezza alimentare, il perdurante conflitto ha provocato gravi danni anche per il settore agricolo di Damasco, i cui livelli di produzione hanno subito una drastica diminuzione.

Secondo quanto riportato dal quotidiano al-Arab, il conflitto siriano, scoppiato il 15 marzo 2011, ha ridotto le opportunità economiche a disposizione della popolazione siriana, oltre ad averne distrutto i mezzi funzionali alla sua sussistenza, tra cui infrastrutture e servizi agricoli. Il settore agricolo, prima della crisi, svolgeva un ruolo rilevante per l’intero sistema economico, costituendo circa il 19% del Prodotto Interno Lordo (PIL), e offrendo posti di lavoro a cica il 26% della popolazione siriana. Tuttavia, ciò non è bastato per rendere immune il suddetto settore dalle conseguenze del conflitto, ulteriormente esacerbate dalla pandemia di coronavirus e dall’imposizione di sanzioni da parte di Washington, con riferimento al Caesar Act, entrato in vigore il 17 giugno scorso.

Sebbene il governo di Damasco esorti i lavoratori del settore agricolo a ritornare nelle aree su cui ha ristabilito il controllo, gli agricoltori sono restii a riprendere le proprie attività, lamentando una serie di problematiche. Tra queste, il costo elevato del carburante utilizzato per ruspe e frantoi, così come quello dei fertilizzanti e dei mangimi per pollami. Questi ultimi, riferiscono alcuni contadini, sono raddoppiati più volte nel corso degli ultimi mesi, raggiungendo circa 1114 dollari per tonnellata. Di conseguenza, a fronte degli elevati costi di produzione, allevatori e agricoltori sono stati costretti a interrompere le proprie attività, aumentando, però, i prezzi di alcuni prodotti di base, tra cui carne e uova. La pandemia, poi, si è rivelata un incubo per milioni di siriani, vista la chiusura dei porti destinati all’importazione di risorse alimentari e la cessazione definitiva di quelle attività agricole già al collasso.

Nel tentativo di risparmiare cibo, l’autorità governativa per gli investimenti ha rivelato che presto verranno lanciati progetti e iniziative volti alla ripresa del settore agricolo. In particolare, il direttore generale, Median Ali Diab, ha riferito che già durante l’anno in corso sono stati sostenuti 53 progetti, ma ora l’autorità è pronta a fornire ulteriori incentivi, in primis prestiti e licenze, per incoraggiare gli investitori a sostenere progetti in ambito agricolo. Tuttavia, a detta del quotidiano al-Arab, sono sorti diversi dubbi sulla reale possibilità di portare a termine tutto ciò, in quanto già in passato Damasco si è fatta promotrice di iniziative per altri settori, tra cui quello industriale, che, anche a causa di fattori esterni, tra cui le restrizioni sulle importazioni e il calo del tasso di cambio della valuta locale rispetto al dollaro, non sono andati a buon fine. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), la Siria necessita tra i 10 e i 17 miliardi di investimenti per finanziare i progetti di ricostruzione in ambito agricolo. I principali investitori potrebbero essere gli espatriati all’estero.

Il sistema economico siriano ha subito, nel corso dell’ultimo anno, un ulteriore declino. La moneta locale siriana, la lira, scambiata a 47 lire al dollaro allo scoppio della rivolta anti-Assad nel 2011, all’inizio del 2020 aveva già toccato poco meno di 1.000 lire. La prospettiva di sanzioni economiche statunitensi ha poi fatto precipitare la valuta siriana a oltre 3.000 lire al dollaro e la svalutazione della lira ha causato un’impennata dei prezzi anche per i beni di prima necessità, prodotti alimentari e medicine in primis.

In tale quadro, negli ultimi giorni, secondo quanto riportato da al-Araby al-Jadeed il 17 dicembre, il Paese ha assistito a scene che fanno presagire una nuova crisi di carburante, soprattutto nelle aree controllate dal presidente Bashar al-Assad, dopo che questo ha annunciato di aver importato, il mese scorso, un milione di barili di petrolio, oltre a due petroliere, per un ammontare di circa 2.200 tonnellate. Secondo alcuni esperti di economia, le capacità di produzione interna di petrolio della Siria sono diminuite del 90% nel corso degli ultimi dieci anni, passando da 380mila barili al giorno nel 2011 a tra i 20 e i 30mila barili attuali, ma, al contempo, Damasco non dispone delle risorse necessarie a importare risorse petrolifere.

Come spiegano gli economisti, nonostante la diversità delle fonti di approvvigionamento, il vero problema sta nel pagare il prezzo del petrolio in dollari. Ogni mese Damasco spende circa 200 milioni di dollari per importare petrolio. Il consumo giornaliero è pari a quasi 4.5 milioni di litri di benzina, 6 milioni di litri di gasolio, 7 migliaia di tonnellate di carburante e 1.200 tonnellate di gas. “Ciò mette in imbarazzo il regime”, il quale talvolta costringe il settore privato a pagare i costi di importazione, o ad aumentare i prezzi come accaduto nel 2020, o, ancora, si vede costretto a barattare il petrolio con merci e prodotti siriani con Russia e Iran. In questo modo, però, le sofferenze del popolo siriano aumentano, vista altresì la riduzione dei sovvenzionamenti da parte dello Stato, i quali si prevede passeranno dagli 11 miliardi di lire, previsti nel bilancio 2020, ai 2700 miliardi previsti per il 2021.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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