Israele pronto a esportare i propri missili verso il Golfo

Pubblicato il 17 dicembre 2020 alle 12:47 in Israele Medio Oriente

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Le recenti intese tra Israele e i Paesi del Golfo, con riferimento agli accordi di normalizzazione, potrebbero consentire ai cofirmatari di beneficiare dell’esperienza israeliana in ambito militare.

A riportarlo, il quotidiano al-Arab, alla luce delle recenti dichiarazioni del capo dell’Organizzazione israeliana per la Difesa missilistica, Moshe Patel, legato al Ministero della Difesa israeliano. In particolare, il 15 dicembre, Patel, rispondendo a una domanda sulla possibilità di concedere ai nuovi alleati i sistemi prodotti da Israele, ha affermato che ciò potrà realizzarsi, sebbene non nell’immediato. Questo anche perché, nel caso di utilizzo di tecnologia di manifattura statunitense, sarà necessaria l’approvazione di Washington.

“Da un punto di vista ingegneristico, ovviamente vi sarebbero numerosi vantaggi”, ha affermato il capo dell’organizzazione, sottolineando come Israele e i Paesi interessati potrebbero condividere informazioni in ambito militare e fare uso dei medesimi dispositivi e sensori, da dispiegare per far fronte agli stessi nemici. Il riferimento va, in particolare, all’Iran, la cui ostilità sembra essere stata tra i fattori che hanno incoraggiato gli Emirati Arabi Uniti (UAE) e il Bahrein a normalizzare le proprie relazioni con Israele, attraverso un accordo siglato il 15 settembre alla Casa Bianca. Una mossa che è stata successivamente compiuta anche dal Sudan, dal Bhutan e dal Marocco.

Le dichiarazioni di Patel sono giunte nel corso di una conferenza stampa, nel corso della quale ha annunciato l’esito positivo dei test condotti su un sistema di difesa aerea multi-livello, il quale è in grado di colpire obiettivi ostili a diverse altitudini, così da riattaccare anche eventuali bersagli mancati in precedenza. Il livello più basso è costituito dal sistema d’arma mobile per la difesa antimissile a corto raggio, Iron Dome, attivo dal 2011, mentre l’intero sistema include anche l’intercettore di medio raggio David’s Sling e il sistema Arrow, in grado di abbattere missili balistici.

Nell’evidenziare il potenziale di tali armamenti, Patel ha affermato che l’Iron Dome, in italiano “Cupola di Ferro”, sebbene in un primo momento fosse stato progettato solo per abbattere razzi e mortai, nel corso dell’esercitazione ha intercettato, con successo, un missile da crociera per la prima volta. Alla luce di ciò, come evidenziato anche dal ministro della Difesa, Benny Gantz, è possibile affermare che si tratta di uno dei meccanismi di difesa aerea più avanzati al mondo, volto a garantire la sicurezza del Paese da minacce sia vicine sia lontane.

Come riportato da al-Arab, il sistema Iron Dome potrebbe rivelarsi efficace anche per contrastare i missili lanciati dalle milizie di ribelli sciiti Houthi contro l’Arabia Saudita o i droni della Turchia, già impiegati in diverse situazioni di conflitto, tra cui la crisi libica e il conflitto in Nagorno-Karabakh. Secondo alcuni esperti, i missili a corto raggio israeliani si sono rivelati tra i più efficaci, a livello internazionale, per abbattere droni nemici. I droni, sottolinea al-Arab, sono divenuti una minaccia per l’intera regione del Golfo e il pericolo da essi posto potrà accrescere in futuro, considerati i costi elevati dei sistemi di difesa degli Stati Uniti.

In tale quadro, Iron Dome potrebbe risultare essere di particolare utilità per i Paesi del Golfo e soprattutto per l’Arabia Saudita, che cerca di difendere le proprie installazioni petrolifere dai perduranti attacchi Houthi, a loro volta sostenuti da Teheran. Tuttavia, al momento, Riad non ha ancora accettato di normalizzare i propri legami con Israele. Circa gli altri Paesi del Golfo, a detta di al-Arab, questi potrebbero essere sempre più interessati ai sistemi israeliani, alla luce dell’avanzata della Turchia verso la Somalia e gli altri Paesi del Corno d’Africa, da cui potrebbe costituire una minaccia alla sicurezza e agli interessi della regione del Golfo.

Gli USA hanno già ricevuto una batteria di Iron Dome e, secondo quanto riferito da Patel, ne avrebbero già ordinato un’altra. Il primo accordo risale al 2018, quando le forze armate statunitensi hanno chiesto al Congresso statunitense di destinare 373 milioni di dollari all’acquisto delle batterie dalla società israeliana Rafael, la quale si occupa dello sviluppo di armi e tecnologia militare in Israele.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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