L’Australia denuncia la Cina alla WTO

Pubblicato il 16 dicembre 2020 alle 10:40 in Australia Cina

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Il ministro del Commercio dell’Australia, Simon Birmingham, ha confermato che, il 16 dicembre, Canberra ha avvisato l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) a Ginevra e le autorità di Pechino che richiederà consultazioni formali con la Cina per quanto riguarda l’imposizione di misure antidumping e compensative sul settore dell’orzo australiano.

Secondo Birmingham la decisione australiana di appellarsi alla WTO sarebbe stata “la mossa logica e appropriata da compiere” da parte australiana, dopo che il Paese e le sue aziende hanno applicato in ogni fase del percorso in questione tutti i processi, le procedure e le istanze appropriati nell’interfacciarsi con il governo e le controparti cinesi. Secondo il ministro del Commercio dell’Australia, in base alle prove, ai dati e alle analisi che sono stati raccolti, il proprio Paese ha un caso solido e, nonostante i processi di risoluzione della WTO possano essere imperfetti e più lunghi di quanto auspicato, l’Australia è convinta che questa sia la strada giusta da perseguire.

I settori agricolo e dell’allevamento hanno appoggiato la decisione del governo di Canberra sostenendo l’importanza della promozione e dell’applicazione delle regole della WTO. La presidente della Federazione nazionale degli agricoltori australiani, Fiona Simson, ha affermato che una parte integrante del sostegno ai valori della WTO sia l’utilizzo dei meccanismi di risoluzione delle dispute da essa previsti laddove vi siano prove di una violazione delle sue regole. La presidente ha aggiunto che i dazi imposti sull’orzo australiano rientrino in tale casistica e spera che una risoluzione arbitrata dalla WTO possa risolvere le differenze e far ripristinare ai due Paesi le relazioni commerciali.

Lo stesso 16 dicembre, il portavoce del Ministero Affari Esteri Cinese, Wang Wenbin, ha affermato che l’Australia dovrebbe prendere seriamente in considerazione le preoccupazioni del governo cinese, adottando misure pragmatiche e correggendo le pratiche discriminatorie adottate contro le aziende cinesi.

In seguito a 18 mesi di indagini, lo scorso 18 maggio, il Ministero del Commercio della Cina aveva stabilito che l’orzo australiano fosse svalutato e sovvenzionato e, per questo, Pechino ha imposto tariffe doganali dell’80,5% sulle importazioni di tale prodotto, costituite per il 73,6% da tariffe anti-dumping e per il 6,9% da dazi anti-sovvenzioni. La Cina importa circa il 70% del raccolto di orzo australiano per un valore medio annuo delle esportazioni di 904 milioni di dollari e, secondo l’Ufficio australiano per l’Agricoltura, l’Economia delle Risorse e le Scienze, le tariffe imposte da Pechino ridurranno  il valore delle esportazioni di orzo a 565 milioni di dollari. In generale, la Cina è il maggior partner commerciale australiano e, insieme, i due Paesi generano un interscambio annuale dal valore di 181 miliardi di dollari.

Lo scorso ottobre, durante un incontro della WTO a Ginevra, Canberra aveva già protestato contro i dazi imposti da Pechino sul proprio orzo, criticando le indagini condotte dalla Cina e sostenendo che valutazioni errate abbiano comportato errori di calcolo nei dazi applicati.

Negli ultimi dieci mesi, le relazioni tra la Cina e l’Australia sono state interessate da tensioni commerciali alle quali se ne sono poi aggiunte altre a livello politico internazionale.  Il primo episodio degli attriti commerciali sino-australiani risale allo scorso 13 febbraio, quando la Commissione antidumping australiana aveva valutato una possibile proroga dei dazi antidumping su prodotti cinesi di estrusione da alluminio e aveva avviato indagini sulle vendite di tali prodotti, giungendo alla decisione finale di prorogare i dazi su lavelli cinesi in acciaio inox, il 28 febbraio. A tale episodio sono seguite una serie di altre investigazioni antidumping su prodotti provenienti dalla Cina che si sono concluse il mantenimento di dazi antidumping su più prodotti cinesi. Da parte sua, dall’11 maggio scorso, la Cina ha bloccato le importazioni di carne da quattro grandi mattatoi australiani per problemi di etichettatura, provocando un notevole danno al settore, considerando che il primo mercato estero per le carni bovine australiane, è proprio la Cina, che ne richiede il 30 % del totale. Da allora, Pechino ha bloccato importazioni o scoraggiato l’acquisto di più prodotti australiani come cereali, carbone termico, coke, cotone, legname e crostacei. In tale quadro, le ultime misure adottate da Pechino risalgono allo scorso 10 dicembre, quando la Cina ha imposto dazioni anti-sussidio temporanei che vanno dal 6,3 al 6,4% sulle importazioni di vino australiano.

Parallelamente, a livello politico, il 21 aprile scorso, il primo ministro australiano, Scott Morrison, aveva richiesto un’indagine indipendente sulle origini della pandemia di coronavirus all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), insieme ad altri leader mondiali, inclusi quelli di di Francia, Germania e Stati Uniti, provocando lo scontento della Cina, da dove è partita l’epidemia lo scorso dicembre 2019. Oltre a questo, Canberra aveva sospeso l’accordo di estradizione con Hong Kong e aveva esteso i visti per circa 10.000 abitanti della città che si trovano già in Australia, a causa della nuova legge per la sicurezza nazionale imposta da Pechino sull’isola lo scorso 30 giugno. Infine, l’Australia aveva deciso di unirsi agli Stati Uniti nella denuncia contro le rivendicazioni cinesi nel Mar Cinese Meridionale, sostenendo che la sovranità dichiarata dalla Cina sulla base della linea dai nove tratti non avesse valore legale, lo scorso 24 luglio. Il 12 novembre scorso, il portavoce del Ministero Affari Esteri di Pechino, Wang Wenbin, ha affermato che le relazioni sino-australiane siano state “avvelenate” da critiche eccessive rivolte da Canberra a Pechino per quanto riguarda le questioni del Xinjiang, di Taiwan e di Hong Kong e di altri interessi primari cinesi.

Nonostante le tensioni esistenti, però, la Cina rappresenta un importante partner commerciale per Canberra e, dallo scorso 15 novembre, entrambi i Paesi sono legati dal Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), il maggior patto commerciale al mondo firmato da Cina, Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda, Australia e dai 10 Paesi dell’ASEAN. L’intesa riguarda un’area che rappresenta il 30% del PIL globale e una popolazione di 2,1 miliardi di persone, circa un terzo della popolazione mondiale.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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