Per l’Italia, l’Egitto “può e deve fare di più” sul caso Regeni

Pubblicato il 15 dicembre 2020 alle 17:51 in Egitto Italia

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Il premier Giuseppe Conte ha affermato che l’Egitto “deve e può fare di più” per collaborare con le autorità di Roma sull’uccisione di Giulio Regeni, il ricercatore italiano assassinato al Cairo nel 2016. “Vogliamo vedere chiari segnali di collaborazione da parte dell’Egitto”, ha dichiarato Conte, martedì 15 dicembre, citato dal quotidiano al Jazeera. I suoi commenti sono arrivati pochi giorni dopo la notizia che i pubblici ministeri italiani avrebbero concluso un’indagine quadriennale sul caso e trovato una prova “inequivocabile” del coinvolgimento di 4 membri dell’Agenzia di Sicurezza Nazionale egiziana nel rapimento e dell’omicidio di Regeni. Tariq Saber, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Capt Uhsam Helmi e Maj Magdi Ibrahim Abdelal Sharif sono stati accusati dall’Italia, il 10 dicembre, di aver rapito il giovane ricercatore nel 2016. Sharif è stato altresì accusato di lesioni personali gravi e omicidio. I pubblici ministeri hanno invece ritirato le accuse contro un quinto funzionario dell’Agenzia di Sicurezza, Mahmoud Najem, che era stato precedentemente identificato quale sospettato per la scomparsa di Regeni.

Il ricercatore italiano, che si trovava al Cairo come parte della sua tesi di dottorato sulle attività sindacali dei venditori ambulanti egiziani, è scomparso il 25 gennaio 2016. Il suo corpo è stato ritrovato nove giorni dopo nella periferia della capitale egiziana, con segni evidenti di torture. “Questa storia ci addolora, ma ora partirà un processo delle nostre autorità giudiziarie, un processo vero, serio e credibile”, ha detto Conte martedì, aggiungendo: “Questo processo è lo strumento per raggiungere la verità, che purtroppo potrebbe essere scioccante”.

In base ad una ricostruzione prodotta dalla procura italiana, Regeni sarebbe stato rapito in una stazione metropolitana nel quartiere di Dokki, dove viveva, e sarebbe stato poi torturato presso l’ufficio numero 13 dell’Agenzia per la sicurezza nazionale, solitamente utilizzato per interrogare cittadini stranieri. I pubblici ministeri ritengono che le attività del ricercatore abbiano attirato l’attenzione dell’Agenzia perché percepite come un tentativo di alimentare disordini sociali, soprattutto dopo il giovane che si era offerto di aiutare un sindacato a chiedere una sovvenzione da parte di una ONG britannica. L’Egitto, dal canto suo, ha respinto le accuse dell’Italia, sostenendo che non fossero basate su prove concrete, e ha annunciato la chiusura temporanea delle indagini.

Per anni i funzionari egiziani hanno ostacolato gli sforzi investigativi dell’Italia, quando è stato chiesto di fornire prove ai pubblici ministeri italiani, sostenendo che gruppi criminali o organizzazioni politiche avverse fossero responsabili dell’omicidio. Annunciando la sospensione delle proprie indagini, la pubblica accusa egiziana ha dichiarato che “l’autore dell’omicidio dello studente rimane sconosciuto” e che qualsiasi mossa per incriminare membri dei servizi di sicurezza “non si basa su prove coerenti”, ma su “azioni individuali, senza alcun collegamento con le istituzioni ufficiali dell’Egitto”.

Secondo un filmato ottenuto da Al Jazeera di recente, le autorità egiziane, sotto la supervisione di Aser Kamal, un ufficiale all’epoca responsabile del monitoraggio degli stranieri in Egitto, avevano incaricato un venditore ambulante, di nome Mohammed Abdullah, di rintracciare Regeni. Il video, presumibilmente inviato a Kamal, è la prima prova che conferma come il ricercatore italiano fosse stato preso di mira e monitorato dalle autorità egiziane prima della sua morte.

Alla domanda se l’Italia avesse in programma di richiamare il proprio ambasciatore in Egitto per il caso Regeni, il premier Conte ha dichiarato che le autorità stanno valutando la mossa, ma ha sottolineato che il processo è al momento il passo più importante. I genitori del ricercatore stanno da tempo sollecitando il governo italiano a ritirare il suo rappresentante al Cairo, una mossa considerata necessaria per guadagnare potere politico nella questione. “Cosa stanno facendo per Giulio il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio? E perché le nostre relazioni con l’Egitto sono diventate sempre più amichevoli?”, ha detto, giovedì 10 dicembre, la madre di Regeni, Paola Defenti.

La recente accusa dei pubblici ministeri italiani chiede che l’Egitto risponda per le azioni dei suoi servizi di sicurezza. Come sottolineato dal quotidiano britannico The Guardian, Il Cairo ha a lungo fornito l’immunità agli ufficiali accusati di crimini commessi contro i civili. La Commissione Egiziana per i Diritti e le Libertà, i cui avvocati fungono da consulente legale della famiglia Regeni in Egitto, ha dichiarato, lo scorso settembre, che le forze di sicurezza hanno “fatto sparire” con la forza 2.723 persone dal 2015.

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Chiara Gentili

 

 

di Redazione

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