USA rimuovono il Sudan dalla lista nera degli Stati “sponsor del terrorismo”

Pubblicato il 14 dicembre 2020 alle 17:41 in Sudan USA e Canada

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Gli Stati Uniti hanno formalmente rimosso il Sudan dalla lista nera degli Stati sponsor del terrorismo, il 14 dicembre. Erano 27 anni che il Paese si trovava su tale lista. 

L’annuncio è stato dato dall’ambasciata americana a Khartoum. “Il periodo di notifica al Congresso di 45 giorni è scaduto e il Segretario di Stato ha firmato una notifica in cui si afferma che la revoca della designazione di Sponsor di Stato del Terrorismo del Sudan è effettiva da oggi”, ha scritto l’ambasciata degli Stati Uniti, il 14 settembre. La rimozione dalla lista era una priorità assoluta per il governo di transizione del Sudan, che è salito al potere a seguito della deposizione di Omar al-Bashir, dopo mesi di proteste popolari. Il governo degli Stati Uniti aveva aggiunto il Sudan alla sua lista di “sponsor statali del terrorismo” nel 1993 per le accuse secondo cui il governo di al-Bashir stava sostenendo gruppi terroristici africani. La designazione ha reso impossibile al Sudan accedere ad agevolazioni quali la cancellazione del debito o a finanziamenti provenienti da istituzioni internazionali.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva annunciato che gli Stati Uniti avrebbero rimosso il Sudan dalla lista dopo che Khartoum aveva pagato un risarcimento da 335 milioni di dollari alle vittime americane dell’attacco contro le ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania del 1998. Trump ha inviato la sua comunicazione al Congresso degli Stati Uniti, il 26 ottobre, e in base alla legge statunitense, 45 giorni dopo il Paese viene rimosso dalla lista, a meno che il Congresso non si opponga.  Sebbene Khartoum abbia cercato di minimizzare la connessione tra i due avvenimenti, la decisione di Trump arriva dopo che il Sudan ha accettato di normalizzare le relazioni con Israele. Il Paese sarà quindi il quarto stato arabo – insieme agli Emirati Arabi Uniti, al Bahrain e, più recentemente, al Marocco – che prende questa direzione, negli ultimi 3 mesi. Attualmente solo 3 Stati – Iran, Corea del Nord e Siria – rimangono nella lista degli “sponsor statali del terrorismo” del Dipartimento di Stato degli USA.

In Sudan, però, la questione della normalizzazione dei rapporti con Israele ha creato numerosi attriti e spaccature sia in seno al governo, per stabilirne i tempi e la portata, sia con l’opposizione che ha invece respinto tale decisione in toto. Il 24 ottobre, la coalizione sudanese di sinistra National Consensus Forces Alliance, un membro chiave dell’alleanza Freedom and Change (FFC) che aveva guidato le proteste contro l’ex-presidente, Omar Al-Bashir, ha duramente criticato la scelta del governo transitorio sudanese. In una dichiarazione sulla normalizzazione dei rapporti con Israele, la coalizione lo ha accusato di aver violato documenti costituzionali e i principi e gli impegni presi dal Paese con i cosiddetti “tre no”. Il primo settembre 1967, all’indomani della guerra dei sei giorni, proprio a Khartoum, gli Stati della Lega Araba avevano adottato una risoluzione contenente tale principio in base al quale i tre no si riferiscono alla pace, al riconoscimento e ai negoziati con Israele.

Il 24 ottobre, poi, anche l’ex-primo ministro del Sudan, Sadiq al-Mahdi, a capo del maggior partito politico del Paese, il National Umma Party, si è ritirato da una conferenza religiosa organizzata dal governo, in segno di protesta. Per al-Mahdi, l’annuncio della normalizzazione dei rapporti con Israele contraddice la legge nazionale sudanese e contribuirebbe all’eliminazione dei progetti di pace in Medio Oriente, ponendo al contrario le basi per una nuova guerra. Oltre a questo, il patto andrebbe anche ad indebolire il governo transitorio sudanese mettendo a rischio la sua autorità. Infine, al-Mahdi ha anche criticato Trump, sostenendo che sia un razzista nei confronti dei musulmani e delle persone di colore. Anche il Popular Congress Party, un gruppo islamista che sosteneva Bashir, ha criticato egualmente la normalizzazione dei rapporti con Israele.

Al momento, il Sudan è amministrato da un governo transitorio formato da civili e militari che guiderà il Paese fino alle elezioni del 2022 e che è stato istituito in seguito alla deposizione dell’11 aprile 2019 dell’ex-presidente Omar al-Bashir, al potere dal 30 giugno 1989, avvenuta dopo mesi di proteste. Sotto la presidenza di Bashir, tra le altre cose, il Sudan è stato uno dei principali oppositori alla linea dura adottata da Israele contro i palestinesi. Ad oggi, il Sudan versa in una grave crisi economica caratterizzata da un progressivo aumento dell’inflazione e dalla continua perdita di valore della propria moneta, la sterlina sudanese. Nel Paese mancano beni essenziali quali carburante, pane e medicinali. A tal proposito, durante l’annuncio della normalizzazione dei rapporti con Israele, al Sudan sono stati promessi aiuti per la riduzione del debito, la sicurezza alimentare e lo sviluppo economico.

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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