L’UE lancia un appello per la liberazione dei pescatori sequestrati in Libia

Pubblicato il 14 dicembre 2020 alle 18:27 in Europa Italia Libia

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L’Unione Europea ha lanciato un appello sul caso dei pescatori italiani sequestrati in Libia. Nella dichiarazione del Consiglio europeo, i 27 Paesi dell’UE hanno esortato le autorità libiche a “rilasciare immediatamente i pescatori italiani trattenuti da settembre senza che sia stata avviata alcuna procedura legale nei loro confronti”. La richiesta è stata formulata nelle conclusioni del Consiglio europeo, l’11 dicembre.

Le motovedette libiche avevano fermato due pescherecci siciliani il primo settembre, portando i membri degli equipaggi a Bengasi, città controllata dalle forze del generale libico Khalifa Haftar. I 18 marinai, tra cui 8 italiani e diversi tunisini, sono stati accusati di essere entrati illegalmente nelle acque economiche della Libia, fatto contestato dall’Italia.

Le zone di pesca nel Mediterraneo sono contestate dal 2005, quando l’allora leader della Libia, Muammar Gheddafi, aveva esteso unilateralmente le acque territoriali libiche da 12 a 74 miglia nautiche dalla costa. Haftar, che controlla la Libia orientale, sta cercando di imporre le stesse condizioni. Roma, tuttavia, non ha mai riconosciuto il confine libico modificato unilateralmente e l’armatore di uno dei due motopesca, Marco Marrone, riuscito a sfuggire al sequestro, ha riferito che le imbarcazioni si trovavano a 40 miglia a Nord da Bengasi quando sono state fermate dalla Marina di Haftar.

La Marina di Tobruk ha dichiarato che “non è la prima volta che barche di questo tipo violano le acque libiche”. “Le nostre imbarcazioni pattugliano il mare nazionale per proteggerlo dai ladri e da chiunque cerchi di minare la nostra sovranità e rubare la nostra ricchezza marina”, avevano avvertito le Forze Navali libiche, sottolineando che i militari di Haftar si sarebbero opposti a chiunque avrebbe cercato di avvicinarsi alle acque regionali del Paese nordafricano “in questi tempi difficili”.

Nel frattempo, il ministro della Difesa del Governo di Accordo Nazione (GNA) di Tripoli, Salah Al-Din Al-Namroush, ha suggerito all’Italia di cercare la mediazione francese per liberare i pescatori tenuti prigionieri dall’esercito di Haftar, secondo quanto riportato dal sito Middle East Monitor. Interrogato sulla vicenda, Al-Namroush ha dichiarato che una soluzione potrebbe essere quella di passare attraverso la Francia. “L’Italia fa parte dell’UE e voi dovete andare in Francia perché il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, gode di buoni rapporti con Haftar”, ha detto Al-Namroush rivolgendosi alle autorità italiane, l’8 dicembre. “La Francia è in grado di intervenire positivamente su questa questione”, ha aggiunto.

Il 15 ottobre, durante un question time al Senato, il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, aveva affermato che “detenere persone che violano una zona che si è autoproclamata esclusiva è inaccettabile”. Dall’altro lato, Khaled al-Mahjoub, portavoce dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) di Haftar, aveva riferito che i pescatori hanno agito illegalmente. “Entrare nelle acque economiche regionali è un crimine”, aveva dichiarato all’agenzia di stampa Reuters.

Al Mahjoub, figura di spicco dell’LNA, ha più volte ribadito che “il comandante Haftar si rifiuta di liberare i pescatori italiani detenuti a Bengasi prima del rilascio di un gruppo di giovani libici condannati dalle autorità di Roma a trent’anni di reclusione con l’accusa di traffico di esseri umani”. I marinai siciliani sarebbero dunque finiti nel mezzo di una trattativa tra il governo italiano e quello di Tobruk destinata a trasformarsi in un controverso “scambio di prigionieri”. I 4 detenuti libici, che nel Paese nordafricano sono promettenti calciatori, sono stati condannati dalla corte d’Appello del Tribunale di Catania a 30 anni di carcere per il coinvolgimento nella cosiddetta “Strage di Ferragosto”, che nel 2015 aveva portato alla morte di 49 migranti partiti su un barcone dalle coste della Libia.

L’Italia, da parte sua, ha fatto sapere che non accetta ricatti quando si tratta dei propri connazionali. “Non accettiamo ricatti: i nostri connazionali devono tornare a casa”, ha ribadito più volte il ministro degli Esteri italiano Di Maio.

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Chiara Gentili

 

di Redazione

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