Etiopia: arriva il premier del Sudan per parlare della crisi dei rifugiati

Pubblicato il 13 dicembre 2020 alle 19:39 in Etiopia Sudan

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Il primo ministro del Sudan, Abdalla Hamdok, il 13 dicembre, è stato il primo leader straniero a recarsi in Etiopia dall’inizio del conflitto nella regione settentrionale del Tigray, lo scorso 4 novembre. Il premier sudanese sarebbe dovuto restare in Etiopia per due giorni, insieme al suo ministro degli Esteri, Omar Qamar al-Din, e ad un nutrito gruppo di funzionari dell’Esercito e dell’intelligence sicurezza che lo ha accompagnato ma la visita si è conclusa entro la giornata.

Prima dell’incontro con i rappresentanti del governo etiope, dal suo profilo Twitter, Hamdok ha affermato di sperare in “dialoghi fruttuosi per quanto riguarda questioni politiche, umanitarie e di sicurezza”. Nella capitale etiope Addis Abeba, il premier sudanese ha incontrato il primo ministro dell’Etiopia, Abiy Ahmed, per parlare della crisi umanitaria determinata da quelli che International Crisis Group ha stimato essere 50.000 rifugiati ospitati dal Sudan dall’inizio della guerra in Tigray, regione con la quale condivide un confine.  Secondo quanto riferito dal premier etiope Abiy, Hamdok ha espresso il proprio sostegno per l’offensiva lanciata dal suo governo contro il Fronte di liberazione popolare del Tigray (TPLF), gruppo che era a capo della regione del Tigray e che ha contestato per mesi il governo centrale di Addis Abeba, per ripristinare lo stato di diritto nella regione. Hamdok avrebbe poi ricordato anche il sostegno ricevuto dal proprio Paese da parte di Abiy.

Secondo quanto rivelato da alcune fonti interne al governo sudanese rimaste anonime, Hamdok si sarebbe dovuto proporre come mediatore tra Abiy e il TPLF ma il governo di Addis Abeba non ha fatto menzione di tale eventualità, sostenendo che le ostilità in Tigray siano ormai concluse. 

Il conflitto in Tigray era iniziato lo scorso 4 novembre, quando il primo ministro etiope, vincitore del premio Nobel per la pace nel 2019, aveva lanciato una campagna militare contro il TPLF, sostenendo che quest’ultimo avesse condotto un attacco contro una base militare delle forze etiopi a Dansha, in Tigray. Abiy ha accusato il gruppo di tradimento e terrorismo e ha avviato una campagna militare nella regione che ha poi dichiarato conclusa lo scorso 29 novembre, con la conquista della capitale regionale, Mekelle.  Al momento, il governo etiope starebbe dando la caccia ai leader del TPLF, i quali, però, avrebbero sostenuto di essere impegnati in un contrattacco su più fronti. In tale quadro, nella regione settentrionale etiope è stato imposto un black-out delle comunicazioni, rendendo pressoché impossibile verificare la veridicità delle informazioni fornite da entrambi i fronti. Secondo l’Onu, le ostilità avrebbero causato lo sfollamento interno di 95.000 persone e la fuga di altre 50.000 in Sudan. Il 12 dicembre, nella regione, sarebbe arrivato il primo rifornimento di aiuti umanitari non governativi.

Allo scoppiare del conflitto, il primo ministro sudanese Hamdok aveva sollecitato Abiy ad avviare negoziati con il TPLF, incoraggiando altresì la mediazione dell’Unione africana tra le parti, in quanto si teme che il conflitto possa coinvolgere l’intera regione del Corno d’Africa. Dal canto suo, Abiy aveva rifiutato qualsiasi forma di dialogo con il TPLF o mediazione, sostenendo che il gruppo dovesse essere disarmato e che i suoi membri andassero catturati.

Dall’inizio delle ostilità in Tigray, decine di migliaia di rifugiati si sono riversati in Sudan dal confine occidentale della regione, per recarsi in una tra le aree più povere del Paese, ovvero quella degli Stati di Gedaref and Kassala. Le agenzie umanitarie presenti in loco, hanno cercato di organizzare un sistema di accoglienza per i rifugiati incontrando non poche difficoltà a causa della forte pressione determinata dai numerosi arrivi. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), il 13 dicembre, 170 persone sono arrivate in Sudan dal Tigray, il giorno prima dell’inizio del conflitto, ovvero il 3 novembre scorso, i rifugiati erano stati 1.100.

Al momento, la crisi umanitaria determinata dai rifugiati in arrivo dal Tigray andrebbe ad aggravare la situazione di fragilità dal punto di vista politico, economico e di sicurezza che il Sudan sta attraversando. Ad oggi, il Paese è guidato da un governo transitorio a composizione mista, con a capo il primo ministro Hamdok, il quale è salito al potere in seguito alla caduta del regime di Omar al-Bashir, deposto a seguito di sollevamenti popolari e all’intervento delle forze armate, l’11 aprile 2019. Il suo esecutivo transitorio è stato creato per portare a conclusione i conflitti in corso nel Paese e per andare incontro alle richieste dei cittadini, desiderosi di una svolta politica dopo anni di governo autoritario. In tale quadro, Hamdok, ha prestato giuramento, il 21 agosto 2019, come leader del governo di transizione, promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura.

In Etiopia, invece, dal 1991, il Fronte di liberazione popolare del Tigray è stato la forza dominante nell’allora coalizione di governo, il Fronte democratico rivoluzionario popolare etiope (EPRDF) che era un’alleanza multietnica composta da quattro partiti che ha guidato il Paese per quasi 30 anni, fin quando Abiy è asceso al potere, nell’aprile 2018, sulla scia di un diffuso sentimento antigovernativo nazionale. Lo scorso anno, il TPLF si è separato dall’EPRDF dopo essersi rifiutato di fondersi con gli altri tre partiti della coalizione nel neo formato Prosperity Party (PP), sotto il comando di Abiy. Le tensioni tra il TPLF e il governo di Addis Abeba si sono poi esacerbate dallo scorso agosto, quando Abiy ha deciso di posticipare le elezioni previste per tale mese a causa del coronavirus. A quel punto, il TPLF ha indetto comunque votazioni regionali a settembre e ha disconosciuto la leadership di Abiy sostenendo che fosse illegittima.

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Camilla Canestri

di Redazione

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