Libano: un membro di Hezbollah condannato all’ergastolo

Pubblicato il 12 dicembre 2020 alle 7:00 in Libano Medio Oriente

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Un agente di Hezbollah, Salim Jamil Ayyash, è stato condannato a cinque ergastoli per l’uccisione di Rafiq Hariri, ex premier libanese, e altre 21 vittime, morte a seguito di una violenta esplosione, il 14 febbraio 2005.

La condanna è giunta l’11 dicembre dal Tribunale speciale per il Libano, con sede a L’Aja e sostenuto dalle Nazioni Unite, dopo che questo, il 18 agosto scorso, aveva emesso la sentenza che vedeva Ayyash colpevole dell’assassinio di Hariri e della morte di altre 21 persone. Il tribunale internazionale, ha ammesso, tuttavia, di non aver trovato prove conclusive che colleghino la leadership di Hezbollah all’uccisione del primo ministro.

Ayyash, un uomo di 56 anni, è stato, in realtà, giudicato in contumacia, in quanto il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, si è sempre rifiutato di consegnare il proprio agente e altri tre imputati, anch’essi affiliati al movimento sciita, Ayyash Assad Sabra, Hassan Oneissi e Hassan Habib Merhi. Tra i quattro imputati, soltanto Salim è stato ritenuto colpevole, mentre gli altri tre sono stati assolti per insufficienza di prove. Ad ogni modo, il leader del partito sciita ha sottolineato più volte che i propri membri sono innocenti e che il Tribunale speciale rappresenta una “cospirazione” contro il gruppo.

Sono cinque i crimini che hanno portato alla condanna di Salim, accusato di omicidio doloso, oltre che di cospirazione e messa in atto di un attentato terroristico per mezzo di esplosivi. In particolare, Rafiq Hariri è morto dopo che, il 14 febbraio 2005, un attentatore suicida ha fatto esplodere un furgone pieno di esplosivi al passaggio del suo convoglio sul lungomare di Beirut. Oltre alle 21 persone decedute, altre 226 sono rimaste ferite nell’esplosione. In tale quadro, Salim Ayyash è stato accusato di aver pianificato l’attentato, sebbene per Hezbollah il proprio agente sia un “uomo onesto della resistenza”.

A detta di uno dei giudici, Salim aveva utilizzato un cellulare definito “cruciale” nel corso dell’attacco. Motivo per cui, il suo ruolo è stato definito “centrale” ai fini dell’operazione. I quattro imputati avrebbero seguito i movimenti del premier nei mesi precedenti all’attacco e, una volta compiuta la missione, avrebbero oscurato i propri cellulari. Come specificato dal giudice Janet Nosworthy, i quattro cellulari “erano interconnessi e coordinati tra loro e operavano come reti segrete”. Inoltre, secondo il Tribunale, l’omicidio, “politicamente motivato”, è stato il risultato di un atto di terrorismo volto a provocare paura tra la popolazione libanese.

Al momento Ayyash risulta essere ancora in fuga. Il Tribunale speciale non prevede la pena di morte e la pena massima è l’ergastolo. Il processo sulla morte di Hariri aveva avuto inizio nel 2009 ed è costato circa un miliardo di dollari, per il 49% sborsati dal Libano. Se il colpevole fosse mai arrestato dalle autorità libanesi, il processo potrebbe iniziare da capo.

I pubblici ministeri, nel mese di novembre scorso, hanno affermato che l’ergastolo rappresenta “l’unica condanna giusta e proporzionata”, vista la responsabilità dell’agente di Hezbollah nel “più grave attacco terroristico avvenuto sul suolo libanese”. Anche secondo alcuni esperti legali, la condanna riveste una certa rilevanza, anche in assenza di Ayyash al banco degli imputati. Tuttavia, ha sottolineato un ricercatore dell’Asser Institute dell’Aia, i processi in contumacia non rappresentano “il modo ideale per dispensare la giustizia internazionale”, ma i tribunali internazionali spesso sono dei “giganti senza braccia e gambe”, che fanno affidamento sui singoli Stati per arrestare i sospettati e non possono far rispettare le ordinanze da soli.

Saad Hariri, figlio di Rafiq e attualmente premier designato del Libano per la quarta volta, ad agosto aveva dichiarato di aver accettato il verdetto del Tribunale, ma aveva richiesto che venisse fatta giustizia e che i responsabili fossero condannati. A detta di Saad, coloro che hanno assassinato il padre miravano a cambiare il volto del Libano, oltre che il proprio sistema e la “identità civilizzata” del Paese. Per tale motivo, aveva affermato l’ex-premier, non vi sarebbe stato alcun compromesso. Saad ha poi rivelato che l’assassinio del padre, come affermato dal Tribunale, è stato commesso dopo che questo aveva partecipato ad un incontro con alcuni leader dell’opposizione, in cui era stata evidenziata la necessità di porre fine all’interferenza siriana nel Paese. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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