Iran: giustiziato il giornalista Ruhollah Zam

Pubblicato il 12 dicembre 2020 alle 11:00 in Iran Medio Oriente

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Le autorità iraniane hanno comunicato di aver giustiziato, il 12 dicembre, il giornalista Ruhollah Zam che era stato condannato per aver istigato violenze durante le proteste antigovernative del 2017 attraverso i propri lavori diffusi online. L’agenzia di stampa statale iraniana IRNA e la semi-ufficiale Nour, citate dal Al-Jazeera English, hanno affermato che l’uomo è stato impiccato nelle prime ore del mattino del 12 dicembre.

Durante lo scorso mese di giugno, un tribunale iraniano aveva emesso la sentenza di morte per il 47enne Zam con l’accusa di “corruzione sulla Terra”, spesso utilizzata in Iran, secondo Deutsche Welle, in   casi che riguardano spionaggio o tentativi di rovesciamento del governo. Oltre a questo, Zam era anche stato accusato di aver partecipato a distruzioni di proprietà, interferenza nel sistema economico del Paese, di aver lavorato con gli Stati Uniti, di aver spiato per conto dell’intelligence francese e anche per conto “di un Paese della regione”, non citato direttamente. Al tempo, l’organizzazione Reporter Senza Frontiere (RSF) aveva definito tale decisione “gravemente ingiusta”.  Lo scorso 8 dicembre, poi, la Corte Suprema dell’Iran ha confermato la sentenza di morte per Zam.  

Il sito ufficiale della magistratura iraniana, Mizan, ha affermato che: “Questo individuo ha commesso atti criminali e corrotti contro la sicurezza e il sostentamento della popolazione iraniana, dirigendo il canale Telegram nemico Amad News e intrattenendo comunicazioni di spionaggio con elementi legati a servizi stranieri che sono nemici della sicurezza del popolo iraniano. Mizan ha poi rivelato che l’uomo avrebbe confessato sia di aver guidato i disordini del 2017, che avrebbero causato la morte di più iraniani “a causa di atti terroristici compiuti da elementi mercenari legati a forze straniere”, sia di essere stato uno tra i fondatori di un consiglio di 29 mezzi d’informazione volti al “cambio di regime”.

Il giornalista aveva un sito web, Amad News, e un canale creato sulla piattaforma Telegram, con oltre un milione di followers, dai quali aveva diffuso notizie sulle proteste di massa del 2017 e informazioni ai danni di più funzionari iraniani, sfidando così il governo di Teheran. Telegram aveva chiuso il canale dell’uomo in seguito a pressioni ricevute dall’esecutivo iraniano che aveva lamentato la presenza di istruzioni per realizzare ordigni, tuttavia, lo stesso canale era stato poi ricreato sotto un altro nome. Zam aveva sempre negato di aver istigato i manifestanti alla violenza attraverso i propri mezzi di comunicazione e aveva poi deciso di lasciare l’Iran affermando di essere stato falsamente accusato di aver lavorato per conto di servizi di intelligence stranieri.

Nell’ottobre 2019, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica aveva annunciato di aver catturato Zam al quale, fino a quel momento, era stato concesso asilo in Francia, a Parigi, senza però specificare dove fosse avvenuta l’operazione. Nel corso del 2019, l’uomo è stato una tra le numerose figure in esilio che erano state riportate nel Paese. La Francia ha criticato la sentenza di morte nei confronti di Zam, definendola “un grave colpo alla libertà di stampa e a quella d’espressione in Iran”.

L’uomo era il figlio di un religioso sciita, Mohammad Ali Zam, che aveva lavorato per il governo iraniano negli anni Ottanta e che si era pubblicamente opposto alle attività del figlio nel luglio 2017, pubblicando una lettera sui media iraniani nella quale aveva affermato di non appoggiare né AmadNews né il canale Telegram.

Alla fine del 2017, l’Iran aveva assistito a violente dimostrazioni che avevano determinato una seria minaccia per la leadership al potere. I manifestanti erano inizialmente scesi in strada per protestare contro un improvviso aumento nel prezzo dei generi alimentari ma le loro proteste si erano poi estese ed erano diventate un movimento contro la classe politica in generale. Tale scenario si è poi ripetuto dal 15 al 18 novembre 2019, in seguito della decisione governativa, annunciata a sorpresa poco prima dello scoppio delle proteste, di imporre forti rincari sui prezzi del petrolio. In molti ritengono che le proteste del 2017 fossero state avviate dai maggiori oppositori del presidente iraniano, Hassan Rouhani, nella città nordorientale di Mashhad per cercare di indirizzare la rabbia popolare contro la figura del capo di Stato, ma, con il diffondersi dei movimenti su scala nazionale, l’intera classe politica era stata colpita.

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Camilla Canestri

di Redazione

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