Etiopia, Tigray: USA chiedono ritiro dell’Eritrea, violenze contro i rifugiati

Pubblicato il 12 dicembre 2020 alle 12:45 in Eritrea Etiopia

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Gli Stati Uniti hanno esortato l’Eritrea a ritirare le proprie truppe dalla regione etiope del Tigray, l’11 dicembre, sostenendo che Asmara le abbia dispiegate durante l’offensiva lanciata contro la regione dal premier dell’Etiopia, Ahmed Abiy.  Parallelamente, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha denunciato uccisioni, rapimenti e rientri forzati compiuti ai danni dei rifugiati eritrei presenti in Tigray.

Dopo la circolazione delle prime indiscrezioni sulla posizione statunitense rispetto al possibile coinvolgimento dell’Eritrea nel conflitto in Tigray, lo scorso 8 dicembre, tre giorni dopo, un portavoce del Dipartimento di Stato di Washington ha affermato: “Siamo a conoscenza di report credibili rispetto al coinvolgimento dell’Eritrea in Tigray e consideriamo la questione un fatto grave […] Chiediamo che tali truppe siano immediatamente ritirate”. Così facendo, Washington ha preso posizione rispetto al coinvolgimento dell’Esercito eritreo che sono state però sempre negate sia da Asmara, sia da Addis Abeba.

Il conflitto in Tigray è iniziato lo scorso 4 novembre, quando il primo ministro etiope, Abiy Ahmed, vincitore del premio Nobel per la pace nel 2019, aveva lanciato una campagna militare contro il Fronte di liberazione popolare del Tigray (TPLF), gruppo che era a capo della regione e che ha contestato per mesi il governo centrale di Addis Abeba. Dopo un attacco ad una base militare delle forze etiopi a Dansha, imputato al TPLF, Abiy ha accusato il gruppo di tradimento e terrorismo e ha avviato una campagna militare nella regione che ha dichiarato conclusa lo scorso 29 novembre con la conquista della capitale regionale, Mekelle.  Al momento, il governo etiope starebbe dando la caccia ai leader del TPLF, i quali, però, avrebbero sostenuto di essere impegnati in un contrattacco su più fronti. In tale quadro, nella regione settentrionale etiope è stato imposto un black-out delle comunicazioni, rendendo pressoché impossibile verificare la veridicità delle informazioni fornite da entrambi i fronti.

Nel contesto del conflitto in Tigray, l’Eritrea ha subito almeno 4 attacchi da parte del TPLF, il quale era stato il primo, a sua volta, a sostenere che le forze del presidente eritreo, Isaias Afwerki, stessero appoggiando l’offensiva di Abiy nella regione e che dall’Eritrea fossero partiti più raid aerei contro il Tigray. Nonostante le storiche tensioni tra i due Paesi confinanti, gli attuali esecutivi di Asmara e Addis Abeba vedrebbero nel TPLF un nemico comune. Prima dell’11 dicembre, Washington aveva apprezzato il fatto che l’Eritrea non avesse risposto agli attacchi subiti.

Lo stesso 11 dicembre, in aggiunta, l’UNHCR ha dichiarato di aver ricevuto un numero enorme di denunce riguardanti rifugiati eritrei nel Tigray che sarebbero stati uccisi, rapiti o rimpatriati durante il conflitto nella regione. Il direttore dell’UNHCR, Filippo Grandi, ha affermato di aver incontrato alcuni rifugiati eritrei nella capitale etiope e ha dichiarato che se tutto ciò fosse confermato si tratterebbe di una grave violazione del diritto internazionale. Al momento, all’UNHCR così come ad altre agenzie umanitarie non è stato concesso di entrare nei quattro principali campi rifugiati di eritrei in Tigray, ovvero Shimelba, Hitsats, Mai-Ayni e Adi Harush. Grandi ha quindi esortato le autorità di Addis Abeba a garantire l’accesso degli operatori umanitari alla regione, poco dopo che il governo di Abiy ha annunciato il trasferimento di rifugiati eritrei che stanno scappando “mossi da disinformazione” ai campi del Tigray, sostenendo che l’offensiva lanciata contro la regione non abbia determinato una minaccia per il gruppo.

I rifugiati eritrei in Tigray si troverebbero in condizioni di estrema vulnerabilità, le motivazioni che li spingerebbero a lasciare il proprio Paese, considerato uno tra i più isolati al mondo, sono il servizio militare obbligatorio e indeterminato, forme di repressione o la ricerca di migliori opportunità. In Tigray, i rifugiati lamentavano già da prima mancanza di beni primari quali cibo ed elettricità nei campi d’accoglienza e cercavano di spostarsi altrove in cerca di lavoro. L’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (IOM) si è detta particolarmente preoccupata per il loro trasferimento ai campi di partenza da parte di Abiy.

In Etiopia, dal 1991, il Fronte di liberazione popolare del Tigray è stato la forza dominante nell’allora coalizione di governo, il Fronte democratico rivoluzionario popolare etiope (EPRDF) che era un’alleanza multietnica composta da quattro partiti che ha guidato il Paese per quasi 30 anni, fin quando Abiy è asceso al potere, nell’aprile 2018, sulla scia di un diffuso sentimento antigovernativo nazionale. Lo scorso anno, il TPLF si è separato dall’EPRDF dopo essersi rifiutato di fondersi con gli altri tre partiti della coalizione nel neo formato Prosperity Party (PP), sotto il comando di Abiy. Le tensioni tra il TPLF e il governo di Addis Abeba si sono poi esacerbate dallo scorso agosto, quando Abiy ha deciso di posticipare le elezioni previste per tale mese a causa del coronavirus. A quel punto, il TPLF ha indetto comunque votazioni regionali a settembre e ha disconosciuto la leadership di Abiy sostenendo che fosse illegittima.

Il 9 luglio 2018, l’Eritrea e l’Etiopia, invece, avevano firmato un trattato di pace con il quale si era concluso il perdurante conflitto tra le parti, iniziato nel 1998, per la demarcazione del confine condiviso. Nonostante tale intesa, il governo del presidente eritreo, Isaias Afwerki, era rimasto comunque ostile alla leadership del Tigray per il ruolo avuto nel conflitto del 1998-2000.

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Camilla Canestri

di Redazione

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