Conflitto in Etiopia: 4 operatori umanitari uccisi nel Tigray

Pubblicato il 11 dicembre 2020 alle 20:25 in Africa Etiopia

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Quattro membri del personale di due agenzie umanitarie internazionali sono stati uccisi durante i combattimenti nella regione settentrionale del Tigray, in Etiopia. Il Consiglio danese per i rifugiati (RDC) ha segnalato la morte di tre guardie di sicurezza, mentre il Comitato internazionale di soccorso (IRC) ha dichiarato che un membro del suo staff ha perso la vita nel conflitto. Si stima che circa 600.000 persone nel Tigray, compresi 96.000 rifugiati provenienti dalla vicina Eritrea, dipendessero dagli aiuti umanitari, soprattutto di tipo alimentare, prima dell’inizio dei combattimenti.

Quando, il 4 novembre, il primo ministro etiope, Abiy Ahmed, ha ordinato un’offensiva contro le truppe del Tigray, a seguito di presunti attacchi da parte delle forze del Fronte di liberazione del Popolo tigrino (TPLF), gli operatori umanitari sono rimasti bloccati e in una condizione di sicurezza precaria. Un blocco delle comunicazioni imposto dal governo, combinato con rigide restrizioni all’accesso al Tigray, ha reso difficile per le agenzie umanitarie accertarsi della situazione del proprio personale nell’area.

Il Consiglio danese per i rifugiati si è detto “profondamente rattristato dopo la conferma della morte di tre colleghi”, sottolineando che “i suoi lavoratori sono in prima linea nell’imperativo umanitario di fornire assistenza ai bisognosi”. “Purtroppo, a causa della mancanza di comunicazioni e dell’insicurezza in corso nella regione, non è stato ancora possibile raggiungere le famiglie interessate”, ha detto l’RDC in una dichiarazione.

In un comunicato separato, l’IRC ha affermato di “essere dispiaciuto di dover confermare l’uccisione di un membro del personale nel campo profughi di Hitsats, a Shire”. “La comunicazione con l’area è estremamente difficile e stiamo ancora lavorando per raccogliere e confermare i dettagli che riguardano gli eventi avvenuti”, ha detto il Comitato internazionale di soccorso.

Nonostante Abiy abbia dichiarato la vittoria sul TPLF il 28 novembre, le Nazioni Unite e le agenzie umanitarie hanno affermato che i combattimenti continuano, che l’accesso alla regione resta bloccato e che i ritardi burocratici e la violenza contro il personale stanno ostacolando le consegne di aiuti nel Tigray, dove centinaia di migliaia di persone hanno bisogno di aiuti alimentari e non solo. Venerdì 11 dicembre, tuttavia, il governo etiope ha negato le accuse in una dichiarazione ufficiale in cui il premier ha evidenziato che alcuni aiuti erano già stati inviati e che non c’erano stati ritardi dovuti ai combattimenti. “Le notizie secondo cui l’assistenza umanitaria sarebbe ostacolata a causa dei combattimenti militari attivi all’interno della regione del Tigray è falsa e mina il lavoro per stabilizzare la regione”, si legge nella nota dell’ufficio del primo ministro, che aggiunge: “Sporadici colpi di arma da fuoco scambiati con i resti della milizia in ritirata non devono essere interpretati erroneamente come un conflitto attivo”.

Mercoledì 9 dicembre, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha avvertito che la situazione sta “sfuggendo al controllo con un impatto spaventoso sui civili” e che “c’è un urgente bisogno di un monitoraggio esterno”. Le affermazioni sono state rilasciate dopo che l’Etiopia ha respinto le richieste di indagini indipendenti sui combattimenti  nella sua regione del Tigray, dicendo che “non ha bisogno di un baby sitter”. L’alto funzionario del governo, Redwan Hussein, ha dichiarato davanti ai giornalisti, martedì 8 dicembre, che l’Etiopia accetterà l’assistenza di enti esterni solo se sentirà di “non aver indagato abbastanza”. “Presumere che il governo etiope non possa svolgere tali indagini significa sminuirlo”, ha aggiunto.

Il primo dicembre, le autorità di Addis Abeba avevano firmato un accordo con le Nazioni Unite per garantire che gli operatori umanitari avessero un accesso sicuro e senza ostacoli alle aree sotto il controllo del governo federale nella regione del Tigray. In base a tale intesa, secondo Redwan, sarebbe stata stabilita una coordinazione tra le parti ma l’ultima parola rispetto ad eventuali decisioni spetterebbe comunque al governo etiope.

Nel frattempo, la necessità di aiuti umanitari viene definita critica. La capitale del Tigray, una città di mezzo milione di persone, è “praticamente senza cure mediche allo stato attuale”, ha detto ai giornalisti, martedì 8 dicembre, il direttore generale del Comitato internazionale per la Croce Rossa, Robert Mardini. Il giorno seguente, in un post su Twitter, Mardini ha ribadito che l’Ayder Referral Hospital della città ha esaurito le scorte, compreso il carburante per i generatori di corrente. “Medici e infermieri hanno sospeso i servizi di terapia intensiva e stanno lottando per eseguire cure e operazioni di routine come il parto o la fornitura di trattamenti di dialisi”, ha sottolineato il direttore. “Un convoglio congiunto CICR-Croce Rossa etiope con rifornimenti per centinaia di feriti è pronto a recarsi a Mekelle ed è in attesa di approvazione”, ha aggiunto.

Sarebbe il primo convoglio internazionale a raggiungere la città dall’inizio dei combattimenti. Mardini ha confermato che non ci sono combattimenti attivi a Mekelle ma ha evidenziato che il rischio di insicurezza permane.“Le persone nel Tigray sono state escluse dai servizi per quasi un mese. Non hanno avuto telefono, internet, elettricità e carburante. I soldi stanno finendo. Questo, ovviamente, aumenta la tensione”, ha detto il direttore del Comitato internazionale per la Croce Rossa.

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Chiara Gentili

di Redazione

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