Tunisia: l’economia peggiora, il malcontento aumenta

Pubblicato il 10 dicembre 2020 alle 16:28 in Africa Tunisia

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Il fragile equilibrio politico in Tunisia è accompagnato da una situazione economica e sociale altrettanto precaria, che ha spinto i cittadini a scendere in piazza per chiedere condizioni di vita migliori.

Come riporta il quotidiano al-Araby al-Jadeed il 10 dicembre, la popolazione tunisina ha cominciato a mostrare il proprio malcontento verso un quadro economico in continuo peggioramento. Dopo aver risolto la cosiddetta crisi di El-Kamour, il primo ministro tunisino, Hichem Mechichi, si trova ora ad far fronte alla rabbia dei cittadini di altre regioni tunisine, tra cui Siliana, Kairouan, Tozeur, Gabès, e Béja, i quali chiedono di essere inclusi nella lista delle regioni che beneficeranno delle riforme volte a promuovere lo sviluppo del Paese.

Membri della società civile e manifestanti hanno minacciato di bloccare le strade se il governo non si dimostra in grado di migliorare le proprie condizioni economiche e sociali. A Jendouba, Tozeur e a El-Kef, le vie d’accesso sono state ostacolate da pneumatici e pietre. A Gabès, i manifestanti del gruppo di coordinamento “Sumoud 2” hanno chiuso l’ingresso al Tunisian Chemical Complex, causando l’interruzione delle forniture di gas liquido domestico in diverse aree.

Ciò che maggiormente spaventa la popolazione tunisina è la riduzione dei sussidi e un crescente aumento dei prezzi, in un momento in cui la pandemia di Coronavirus ha esacerbato ulteriormente un sistema economico già fragile. Il numero totale di disoccupati fino alla fine del terzo trimestre 2020 ha raggiunto quota 676.600 individui, con un tasso di disoccupazione del 16,2% contro il 15,1% su base annua, con picchi del 30% in alcune città. Il deficit di bilancio potrebbe raggiungere il 14% del PIL, una cifra che la Tunisia non registrava da circa quaranta anni.

Tale scenario ha spinto la popolazione di Tataouine a bloccare, ancora una volta, una delle maggiori stazioni di pompaggio di petrolio, quella di El-Kamour. Le tensioni sono state placate agli inizi del mese di novembre dal premier Mechichi, il quale sembra essere andato incontro alle decennali richieste della popolazione attraverso un accordo, dopo un’ampia mobilitazione che ha visto altresì la chiusura della principale valvola di controllo della distribuzione petrolifera per 115 giorni. Il patto include una ridistribuzione delle risorse petrolifere che, a detta della popolazione locale, fino ad ora hanno arricchito soltanto le compagnie petrolifere operanti nella regione. 

Inoltre, sono stati istituiti un fondo di sviluppo regionale e un fondo di investimento, ciascuno dei quali sarà dotato di 80 milioni di dinari, ed è stato predisposto il reclutamento di 1000 agenti da parte di una società ambientale, di piantagioni e di giardinaggio. I rappresentanti di El Kamour hanno poi ottenuto dal governo l’assunzione di 125 persone da parte delle compagnie petrolifere e lo stanziamento di 2,2 milioni di dinari, destinati a finanziare progetti per i giovani a Tataouine. Infine, 1,2 milioni di dinari sono stati destinati alle associazioni di sviluppo, 2,6 milioni ai comuni del governatorato e 1,2 milioni all’Unione sportiva di Tataouine.

In tale quadro, Mechichi aveva annunciato che l’approccio adottato per risolvere la “crisi di El Kamour”, basato sul dialogo e sul ripristino della fiducia, sarebbe stato adottato in tutte le altre regioni tunisine e, in particolare, in quelle che lamentano un deficit in termini di sviluppo. Ciò, però, non si è verificato nell’immediato, spingendo la popolazione a reagire. Sulla scia di quanto accaduto a Tataouine, stando a quanto riporta al-Araby al-Jadeed, i manifestanti di Al-Dulab hanno preso d’assalto la sede di una compagnia petrolifera nel governatorato di Kasserine, per spegnerne la pompa, annunciando che le loro proteste sarebbero continuate fino a quando non avrebbero avuto garanzie da Tunisi in materia di sviluppo e posti di lavoro.

Prima delle manifestazioni degli ultimi mesi, un’altra ondata di mobilitazione aveva avuto inizio il 9 luglio, quando decine di manifestanti si erano accampati nel deserto, vicino al sito di El Kamour. Intensi disordini hanno riguardato soprattutto il Sud del Paese, che costituisce una delle regioni più emarginate, gravate da livelli di disoccupazione superiori alla media, infrastrutture inadeguate e imprese private inesistenti. Secondo un ricercatore di sociologia, Mahdi Mabrouk, le proteste in Tunisia sono il frutto di una rabbia accumulata da circa 10 anni, in quanto, nonostante la successione di almeno otto governi, non si è riusciti a gestire adeguatamente le perduranti crisi.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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