Il capo dell’Esercito indiano visita gli UAE e l’Arabia Saudita

Pubblicato il 10 dicembre 2020 alle 11:57 in Arabia Saudita Emirati Arabi Uniti India

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Il capo di Stato maggiore dell’Esercito indiano, il genrale Manoj Mukund Naravane, è impegnato in una visita di sei giorni negli Emirati Arabi Uniti (UAE) e in Arabia Saudita, dal 9 dicembre al 14 dicembre, che ha rappresentato la prima volta in cui un leader dell’apparato militare indiano si è recato nei due Paesi. Secondo un comunicato rilasciato dal Ministero della Difesa indiano, lo scopo del viaggio di Naravane, definito “storico”, sarà il rafforzamento della cooperazione strategica e di difesa con i due Paesi mediorientali.

In base a quanto riportato da Al-Jazeera English, negli ultimi anni, l’esecutivo indiano, guidato dal premier Narendra Modi, avrebbe cercato di intensificare i legami in materia di sicurezza e difesa con i due Paesi e, in particolar modo, con gli UAE. Da parte loro, anche Riad e Abu Dhabi, che hanno tradizionalmente intrattenuto relazioni militari serrate con il Pakistan, rivale dell’India, avrebbero ricambiato l’intensione indiana di intensificare i rapporti.

Dal punto di vista economico, l’India ha relazioni di lunga data con i due Paesi del Golfo dai quali acquista una quota significativa delle proprie importazioni petrolifere totali, in particolare, dall’Arabia Saudita l’India acquista circa il 18% del suo fabbisogno di greggio totale. Abu Dhabi e Riad sono, inoltre, rispettivamente il terzo e il quarto partner commerciale di Nuova Delhi, dopo Pechino e Washington. Oltre a questo, anche gli investimenti dei due Paesi mediorientali in India sarebbero frequenti e diretti soprattutto al settore energetico. Ad esempio, al momento, Riad e Abu Dhabi stanno realizzando congiuntamente un impianto petrolchimico da oltre 40 miliardi di dollari nello Stato indiano di Maharashtra.  Sarebbe proprio la cooperazione dal punto di vista energetico a determinare il progressivo avvicinamento dell’India ai due Paesi per accrescere le proprie partnership in Medio Oriente e, al contempo, l’interesse di UAE e Arabia Saudita sarebbe determinato dalla continua crescita della domanda indiana che rappresenta un importante mercato energetico in espansione. Nella regione del Golfo più in generale, poi, vi sono circa 8.5 milioni di lavoratori indiani, di cui 2,7 milioni si trovano in Arabia Saudita, mentre quasi il 30% della popolazione degli UAE è composta da indiani.

Più attivisti per i diritti umani hanno però criticato la posizione degli UAE e dell’Arabia Saudita nei confronti del premier indiano Modi, a capo di un partito induista conservatore, che, in India, è accusato di marginalizzare e reprimere la popolazione indiana di fede musulmana su più fronti. In particolare, le critiche rivolte a Modi fanno riferimento soprattutto a due questioni che riguardano, nel primo caso, la revoca dell’autonomia dello Stato a maggioranza musulmana del Jammu e Kashmir del 5 agosto 2019, e nel secondo l’approvazione di un emendamento al Citizenship Amendment Act (CAA), l’11 dicembre 2019, con il quale ai migranti irregolari appartenenti alle minoranze religiose Hindu, Sikh, Buddiste, Jain, Parsi e Cristiane, in fuga da Pakistan, Bangladesh ed Afghanistan, dove sono perseguitati, è stato consentito ottenere con maggior facilità la cittadinanza indiana ma dal provvedimento sono stati esclusi i fedeli musulmani. In tale quadro, la questione del Jammu e Kashmir è particolarmente significativa, in quanto si tratta di un territorio conteso tra l’India e il Pakistan, il quale ha criticato la mancata presa di posizione da parte di Riad e Abu Dhabi rispetto ai fatti del 5 agosto 2019.  

In tale contesto, il Pakistan si è progressivamente avvicinato alla Cina, coinvolta anch’essa in dispute territoriali con l’India e, forte dell’appoggio cinese, Islamabad avrebbe iniziato ad esercitare pressione sull’Arabia Saudita in particolar modo. Tra le mosse più recenti, a inizio dello scorso settembre, il ministro degli Esteri pakistano, Shah Mehmood Qureshi, aveva sollecitato l’Organizzazione per la cooperazione islamica (OIC) a convocare un incontro sul Kashmir e sulla Palestina e aveva criticato il silenzio degli Stati arabi sulle “atrocità commesse contro i musulmani” dall’India. In particolare, il ministro pakistano avrebbe anche chiesto all’Arabia Saudita di esporsi e di svolgere un ruolo di maggior rilievo rispetto alla questione del Kashmir. 

Quest’ultima è una regione asiatica a maggioranza musulmana, situata tra l’India, il Pakistan e la Cina che, al momento, ne amministrano aree distinte. La parte centro-meridionale dell’area, il Jammu e Kashmir, è amministrata dall’India, lo Azad Kashmir e il Gilgit-Baltistan, a Nord-Ovest, sono sotto la giurisdizione del Pakistan e la zona a Nord-Est, Aksai Chin, è sotto il controllo della Cina. Tale ripartizione non è riconosciuta dagli attori coinvolti, tant’è vero che Nuova Delhi e Islamabad rivendicano la propria sovranità l’una sulle parti dell’altra. Di fronte alle tensioni nate dalle rivendicazioni concorrenti, l’Onu ha istituito un confine de facto nel Kashmir tra la parte indiana e quella pakistana, noto come Linea di Controllo (LoC).  Qui è in atto un cessate il fuoco dal 2003 che Islamabad e Nuova Delhi si accusano reciprocamente di violare di frequente, mentre, da decenni, nella parte indiana ci sono gruppi ribelli che lottano per l’indipendenza del territorio o per unirsi al Pakistan, accusato dall’India di armare i militanti.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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