Due senatori USA chiedono sanzioni contro funzionari etiopi accusati di violenze nel Tigray

Pubblicato il 10 dicembre 2020 alle 20:58 in Etiopia USA e Canada

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Due senatori statunitensi hanno chiesto al governo di considerare l’imposizione di sanzioni contro qualsiasi funzionario politico o militare etiope ritenuto responsabile di violazioni dei diritti umani durante il conflitto nella regione del Tigray. La risoluzione proposta è stata presentata dal senatore democratico Ben Cardin e da quello repubblicano Jim Risch.

Si tratta della prima iniziativa in tal senso da quando hanno avuto inizio gli scontri nella parte settentrionale dell’Etiopia, il 4 novembre. Le Nazioni Unite temono che il conflitto abbia ucciso migliaia di persone e costretto più di 950.000 abitanti a rimanere sfollati, 50.000 dei quali si sarebbero rifugiati in Sudan. La preoccupazione è aumentata per via delle segnalazioni di civili presi di mira da entrambe le parti. Ciò pone un dilemma politico per gli Stati Uniti, che considerano l’Etiopia un importante alleato in una regione instabile, specialmente nella lotta contro i militanti islamisti di al Shabaab, affiliati di al-Qaeda, nella vicina Somalia. Il governo etiope, dal canto suo, ha affermato che indagherà su qualsiasi segnalazione di atrocità o uccisioni di massa, ma consentirà indagini indipendenti ed esterne solo qualora non dovesse essere in grado di farle da solo.

La risoluzione del Senato presentata da Cardin e Risch ha invitato il governo del primo ministro Abiy Ahmed e il TPLF a cessare le ostilità e a perseguire una risoluzione pacifica della guerra. “I combattimenti in corso nel Tigray sono già costati migliaia di vite e hanno creato una crisi umanitaria di proporzioni disastrose, minacciando la stabilità a lungo termine non solo dell’Etiopia, ma dell’intera regione”, ha detto Cardin in una dichiarazione dopo l’introduzione della risoluzione. I civili in fuga dai combattimenti nel Tigray il mese scorso, hanno detto a Reuters di aver assistito a bombardamenti da parte di aerei da guerra governativi, a sparatorie per le strade e ad uccisioni a colpi di machete. L’ONG per la difesa dei diritti umani, Amnesty International, ha dichiarato che decine e probabilmente centinaia di persone sono state accoltellate o uccise a colpi di arma da fuoco nella città di Mai Kadra, nel Tigray, meno di una settimana dopo l’inizio della guerra. Il rapporto iniziale della commissione per i diritti umani nominata dallo Stato dell’Etiopia ha rilevato che circa 600 civili sono stati uccisi in quell’attacco.

Al momento, l’esercito etiope ha affermato di aver conquistato la capitale regionale del Tigray, Mekelle, e ha rivendicato la vittoria contro il Fronte tigrino. Tuttavia, i leader del TPLF affermano che i suoi uomini stanno ancora combattendo su vari fronti intorno alla città. Le dichiarazioni rilasciate dalle due parti sono difficili da verificare perché le linee telefoniche e le connessioni Internet nella regione sono state interrotte durante il conflitto. I giornalisti stranieri non possono lasciare la capitale del Paese, Addis Abeba, senza apposito permesso.

L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet ,ha affermato che la situazione in Etiopia è “preoccupante e instabile”. “Abbiamo rapporti che ci dicono che, soprattutto nelle aree circostanti città come Mekelle, Sherero, Axum, Abiy Addi e nei confini tra le regioni di Amhara e Tigray, continuano i combattimenti tra le forze federali, il TPLF e le milizie affiliate ad entrambe le parti”, ha dichiarato la Bachelet, mercoledì 9 dicembre, a Ginevra. “C’è un urgente bisogno di monitoraggio indipendente della situazione dei diritti umani nella regione del Tigray”, ha aggiunto, sottolineando che devono essere attuate “tutte le misure necessarie per proteggere i civili e per verificare la responsabilità delle violazioni”.

Il governo di Abiy ha chiarito che vuole gestire autonomamente la consegna degli aiuti. Martedì 8 dicembre, il premier ha affermato che le sue forze avevano sparato e arrestato alcuni membri del personale delle Nazioni Unite che avrebbero cercato di sfondare due posti di blocco della polizia per raggiungere aree dove “non sarebbero dovuti andare”. Il portavoce dell’Onu, Stephane Dujarric, ha chiarito che le quattro persone in questione facevano parte di un convoglio che stava valutando la sicurezza delle strade, cosa che “deve essere fatta prima che arrivino convogli umanitari delle Nazioni Unite più grandi”. I membri dello staff sono stati rilasciati dopo le dichiarazioni di Dujarric, secondo quanto riferito da Redwan. L’ONU, allarmata, ha detto che si sta “impegnando al massimo livello con il governo federale per esprimere tutte le sue preoccupazioni”. Il primo dicembre, le autorità di Addis Abeba avevano firmato un accordo con le Nazioni Unite per garantire che gli operatori umanitari avessero un accesso sicuro e senza ostacoli alle aree sotto il controllo del governo federale nella regione del Tigray. In base a tale intesa, secondo Redwan, sarebbe stata stabilita una coordinazione tra le parti ma l’ultima parola rispetto ad eventuali decisioni spetterebbe comunque al governo etiope.

Nel frattempo, la necessità di aiuti umanitari viene definita critica. La capitale del Tigray, una città di mezzo milione di persone, è “praticamente senza cure mediche allo stato attuale”, ha detto ai giornalisti, martedì 8 dicembre, il direttore generale del Comitato internazionale per la Croce Rossa, Robert Mardini. Il giorno seguente, in un post su Twitter, Mardini ha ribadito che l’Ayder Referral Hospital della città ha esaurito le scorte, compreso il carburante per i generatori di corrente. “Medici e infermieri hanno sospeso i servizi di terapia intensiva e stanno lottando per eseguire cure e operazioni di routine come il parto o la fornitura di trattamenti di dialisi”, ha sottolineato il direttore. “Un convoglio congiunto CICR-Croce Rossa etiope con rifornimenti per centinaia di feriti è pronto a recarsi a Mekelle ed è in attesa di approvazione”, ha aggiunto.

Sarebbe il primo convoglio internazionale a raggiungere la città dall’inizio dei combattimenti. Mardini ha confermato che non ci sono combattimenti attivi a Mekelle ma ha evidenziato che il rischio di insicurezza permane.“Le persone nel Tigray sono state escluse dai servizi per quasi un mese. Non hanno avuto telefono, internet, elettricità e carburante. I soldi stanno finendo. Questo, ovviamente, aumenta la tensione”, ha detto il direttore del Comitato internazionale per la Croce Rossa.

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Chiara Gentili

 

di Redazione

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