Afghanistan: giornalista e attivista uccisa a Jalalabad

Pubblicato il 10 dicembre 2020 alle 11:49 in Afghanistan Asia

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Il 10 dicembre, un gruppo di uomini armati ha ucciso una giornalista televisiva afghana, che era anche un’attivista per i diritti delle donne. Si tratta della terza giornalista assassinata in Afghanistan nell’ultimo mese. 

Malalai Maiwand è una giornalista di Enikas Radio and TV ed è stata uccisa insieme al suo autista in un attacco contro il loro veicolo a Jalalabad, capitale della provincia orientale di Nangarhar. Con la sua morte, il numero totale di giornalisti e operatori dei media uccisi nel 2020 in Afghanistan arriva a 10. “Stava andando in ufficio quando è avvenuto l’attacco”, ha dichiarato Attaullah Khogyani, portavoce del governatore provinciale. Nessun gruppo ha rivendicato l’omicidio, ma la provincia è stata a lungo interessata dalle attività di militanti islamisti, in particolare lo Stato Islamico della provincia di Khorasan, la sezione afghana dell’ISIS. 

Il portavoce del Ministero degli Interni afghano, Tariq Arian, ha sottolineato che negli ultimi dieci anni e mezzo la stragrande maggioranza dei giornalisti sono stati uccisi dai talebani. Tuttavia, il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, ha negato il coinvolgimento del gruppo nell’incidente. La Radio e Televisione afghana Enikas era stata presa di mira in precedenza e il suo proprietario, l’ingegnere Zalmay, era stato rapito a scopo di estorsione nel 2018. Maiwand non è nemmeno la prima della sua famiglia ad essere stata attaccata. Cinque anni fa, sua madre, anche lei attivista per i diritti umani, è stata uccisa da un gruppo di individui le cui identità non sono note. 

“Con l’uccisione di Malalai, lo spazio per le giornaliste donne si riduce e queste potrebbero non avere il coraggio di continuare a lavorare come facevano prima”, ha riferito in un comunicato Nai, un’organizzazione che sostiene i media in Afghanistan. Il 12 novembre, Elyas Dayee, un giornalista di Radio Azadi, è stato ucciso nell’esplosione di un’autobomba nella provincia meridionale di Helmand.  Il 7 novembre, un ex presentatore di Tolo News, è stato ucciso in un’esplosione simile a Kabul.

Il governo afghano, l’ambasciata tedesca, la delegazione dell’Unione Europea e l’ambasciatore britannico hanno condannato i crescenti attacchi contro giornalisti e attivisti. Numerose personalità nazionali ed internazionali hanno anche sottolineato la loro preoccupazione per una possibile inversione di rotta nei progressi raggiunti sui diritti delle donne negli ultimi due decenni. Questo sarà un tema di discussione se i talebani torneranno al potere, grazie al ritiro delle truppe straniere dal Paese e ai colloqui intra-afghani. 

A tale proposito, i gruppi di lavoro delle squadre negoziali della Repubblica Islamica dell’Afghanistan e dei talebani si sono riuniti per il terzo giorno consecutivo a Doha, in Qatar, per definire gli argomenti all’ordine del giorno dei negoziati di pace, il 7 dicembre. Il governo afghano ha affermato che il cessate il fuoco è la richiesta più importante per il team della Repubblica. I talebani, da parte loro, non hanno incluso il rilascio dei loro prigionieri tra le questioni da affrontare durante i negoziati, poichè vogliono risolvere tale questione direttamente con gli Stati Uniti. 

La discussione sui temi da trattare nei colloqui di pace è l’ultima questione da definire prima dell’avvio dei veri e propri negoziati intra-afghani. La svolta è stata possibile dopo che, il 2 dicembre, i rappresentanti dei talebani e di Kabul hanno ufficialmente raggiunto un accordo sulle regole procedurali per i colloqui. La notizia è stata resa nota da Nader Nadery, membro della squadra negoziale della repubblica afghana. Fonti di Doha hanno riferito che le due parti hanno concordato di riconoscere l’accordo di pace USA-talebani e le risoluzioni delle Nazioni Unite sull’Afghanistan come base per i colloqui. 

I negoziati preliminari erano iniziati il 12 settembre. Tuttavia, erano stati ritardati a causa di disaccordi sulle norme procedurali. L’aumento della pressione da parte dei partner internazionali dell’Afghanistan a spinto le parti a scendere a compromessi. Il governo afghano ha espresso la speranza che questa volta i talebani riducano significativamente la violenza o concordino un cessate il fuoco. Da parte loro, i rappresentanti del gruppo hanno dichiarato che, con l’inizio dei colloqui formali, si aspettano il rilascio di prigionieri ancora detenuti dal governo afghano e che i nomi dei leader talebani vengano rimossi dalla lista nera delle Nazioni Unite.

Nonostante i progressi diplomatici, il 6 dicembre, il Ministero della Difesa dell’Afghanistan ha riferito che almeno 21 province del Paese, su un totale di 34, avevano assistito a scontri tra le forze di sicurezza e i talebani, nelle precedenti 24 ore. Tuttavia, le aggressioni sono state “respinte” dalle forze armate afghane, che rimangono in modalità “difesa attiva”. Negli scontri, il gruppo militante ha subito “pesanti perdite”, secondo le autorità di Kabul. I dati delle agenzie di sicurezza mostrano che i talebani hanno condotto attacchi in almeno 20 province al giorno nella settimana che va dal 30 novembre al 6 dicembre. Le aree indicate dal Ministero sono Laghman, Kunar, Nuristan, Nangarhar, Ghazni, Maidan Wardak, Logar, Zabul, Kandahar, Badghis, Farah, Faryab, Balkh, Helmand, Nimroz, Badakhshan, Baghlan, Takhar e Kunduz.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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