L’Etiopia rifiuta “indagini indipendenti ed esterne” sul conflitto

Pubblicato il 9 dicembre 2020 alle 20:08 in Africa Etiopia

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Il governo etiope ha respinto la richiesta internazionale di indagini indipendenti ed esterne sullo svolgimento del conflitto avvenuto nella regione settentrionale del Tigray. Un alto funzionario del governo di Addis Abeba, Redwan Hussein, ha affermato, commentando gli appelli internazionali, che il Paese “non ha bisogno di una babysitter”. La dichiarazione è arrivata mentre aumentano le richieste ad indagare in maniera indipendente su una guerra che alcuni ritengono abbia ucciso migliaia di persone, compresi i civili.

Hussein ha detto ai giornalisti che l’Etiopia inviterà altri a fornire assistenza solo se sentirà che “non è stato indagato in modo completo”. “Tuttavia, presumere che il governo non possa svolgere queste indagini”, ha puntualizzato il funzionario, “significa sminuirlo”. Il governo etiope si è fermamente opposto a ciò che definisce “un’ingerenza” esterna degli altri Stati, affermando che il Paese africano è un raro esempio di nazione mai colonizzata e che questo rappresenta una fonte di profondo orgoglio nazionale.

Tuttavia, le organizzazioni internazionali lamentano il fatto che la regione del Tigray sta rimanendo in gran parte tagliata fuori dal mondo esterno, senza un’adeguata scorta di cibo e medicinali, necessari alla sua popolazione, di circa sei milioni di persone. Un milione di questi si ritiene siano sfollati. La mancanza di trasparenza, dal momento che la maggior parte delle comunicazioni e dei collegamenti è stata interrotta, ha complicato gli sforzi per verificare le affermazioni delle due fazioni in guerra. E ha complicato anche gli sforzi per comprendere la portata delle atrocità commesse da quando, il 4 novembre, è iniziato il conflitto tra l’esercito di Abiy e quello del Fronte di liberazione popolare del Tigray (TPLF).

Nel frattempo, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet ,ha affermato che la situazione in Etiopia è “preoccupante e instabile”. “Abbiamo rapporti che ci dicono che, soprattutto nelle aree circostanti città come Mekelle, Sherero, Axum, Abiy Addi e nei confini tra le regioni di Amhara e Tigray, continuano i combattimenti tra le forze federali, il TPLF e le milizie affiliate ad entrambe le parti”, ha dichiarato la Bachelet, mercoledì 9 dicembre, a Ginevra. “C’è un urgente bisogno di monitoraggio indipendente della situazione dei diritti umani nella regione del Tigray”, ha aggiunto, sottolineando che devono essere attuate “tutte le misure necessarie per proteggere i civili e per verificare la responsabilità delle violazioni”.

Il governo di Abiy ha chiarito che vuole gestire autonomamente la consegna degli aiuti. Martedì 8 dicembre, il premier ha affermato che le sue forze avevano sparato e arrestato alcuni membri del personale delle Nazioni Unite che avrebbero cercato di sfondare due posti di blocco della polizia per raggiungere aree dove “non sarebbero dovuti andare”. Il portavoce dell’Onu, Stephane Dujarric, ha chiarito che le quattro persone in questione facevano parte di un convoglio che stava valutando la sicurezza delle strade, cosa che “deve essere fatta prima che arrivino convogli umanitari delle Nazioni Unite più grandi”. I membri dello staff sono stati rilasciati dopo le dichiarazioni di Dujarric, secondo quanto riferito da Redwan. L’ONU, allarmata, ha detto che si sta “impegnando al massimo livello con il governo federale per esprimere tutte le sue preoccupazioni”. Il primo dicembre, le autorità di Addis Abeba avevano firmato un accordo con le Nazioni Unite per garantire che gli operatori umanitari avessero un accesso sicuro e senza ostacoli alle aree sotto il controllo del governo federale nella regione del Tigray. In base a tale intesa, secondo Redwan, sarebbe stata stabilita una coordinazione tra le parti ma l’ultima parola rispetto ad eventuali decisioni spetterebbe comunque al governo etiope.

Secondo il funzionario governativo, nonostante il conflitto sia finito, sporadiche sparatorie rimangono nel Tigray e l’assistenza umanitaria dovrebbe essere scortata dalle forze di difesa etiopi. Nel frattempo, la necessità di aiuti umanitari viene definita critica. La capitale del Tigray, Mekelle, una città di mezzo milione di persone, è “praticamente senza cure mediche allo stato attuale”, ha detto ai giornalisti, martedì 8 dicembre, il direttore generale del Comitato internazionale per la Croce Rossa, Robert Mardini. Il giorno seguente, in un post su Twitter, Mardini ha ribadito che l’Ayder Referral Hospital della città ha esaurito le scorte, compreso il carburante per i generatori di corrente. “Medici e infermieri hanno sospeso i servizi di terapia intensiva e stanno lottando per eseguire cure e operazioni di routine come il parto o la fornitura di trattamenti di dialisi”, ha sottolineato il direttore. “Un convoglio congiunto CICR-Croce Rossa etiope con rifornimenti per centinaia di feriti è pronto a recarsi a Mekelle ed è in attesa di approvazione”, ha aggiunto.

Sarebbe il primo convoglio internazionale a raggiungere la città dall’inizio dei combattimenti. Mardini ha confermato che non ci sono combattimenti attivi a Mekelle ma ha evidenziato che il rischio di insicurezza permane.“Le persone nel Tigray sono state escluse dai servizi per quasi un mese. Non hanno avuto telefono, internet, elettricità e carburante. I soldi stanno finendo. Questo, ovviamente, aumenta la tensione”, ha detto il direttore del Comitato internazionale per la Croce Rossa.

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Chiara Gentili

di Redazione

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