Manama: principe saudita critica duramente Israele

Pubblicato il 7 dicembre 2020 alle 10:05 in Arabia Saudita Israele

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Il 6 dicembre, un principe saudita ha criticato duramente Israele durante un vertice sulla sicurezza tenutosi a Manama, in Bahrein, a cui il ministro degli Esteri israeliano ha partecipato da remoto. 

Le osservazioni del principe Turki bin Faisal Al Saud hanno colto alla sprovvista il ministro degli Esteri israeliano, che aveva ricevuto un caloroso benvenuto dai funzionari del Bahrein e degli Emirati Arabi Uniti. Nel suo intervento, il saudita ha sottolineato il contrasto tra Israele quale “sostenitore e amante della pace” e la realtà palestinese, che vede un potere “colonizzatore occidentale” ad opprimerla. Le autorità israeliane hanno rilegato i palestinesi in “campi di concentramento” sotto deboli accuse relative alla sicurezza. Secondo il principe saudita, giovani e vecchi, donne e uomini stanno marcendo in questa realtà senza poter ricorrere alla giustizia. “Demoliscono abitazioni e assassinano chiunque vogliono”, ha aggiunto.

Il principe ha anche criticato l’arsenale non dichiarato di armi nucleari di Israele e ha accusato il governo israeliano di “scatenare i propri tirapiedi politici e i loro mezzi di comunicazione per denigrare e demonizzare l’Arabia Saudita”. Con un linguaggio insolitamente schietto, Turki bin Faisal ha quindi dichiarato che Israele vuole dipingersi come un “piccolo Paese esistenzialmente minacciato, circondato da assassini assetati di sangue che vogliono sradicare la propria esistenza”. “Eppure poi professano di voler essere amici dell’Arabia Saudita”, ha aggiunto.

Il principe ha ribadito la posizione ufficiale del Regno, secondo cui la soluzione sta nell’attuazione della cosiddetta “Arab Peace Initiative”, un accordo del 2002 sponsorizzato dall’Arabia Saudita che offre a Israele pieni legami diplomatici con tutti i Paesi arabi della regione, in cambio del riconoscimento di uno Stato palestinese nei territori conquistati dall’esercito israeliano nella guerra del 1967. “Non è possibile trattare una ferita aperta con palliativi e antidolorifici”, ha aggiuntoTurki bin Faisal.

Il ministro degli Esteri israeliano, Gabi Ashkenazi, intervenuto subito dopo il principe Turki, ha dichiarato: “Vorrei esprimere il mio rammarico per i commenti del rappresentante saudita. Non credo che riflettano lo spirito e i cambiamenti in atto in Medio Oriente”. Un successivo confronto tra il principe Turki e un rappresentante del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, durante il vertice, ha evidenziato la continua opposizione diffusa a Israele da parte di molti attori politici all’interno dell’Arabia Saudita, nonostante i recenti sforzi per migliorare i rapporti tra i due attori fondamentali della regione. Dore Gold, una confidente di Netanyahu ed ex ambasciatore delle Nazioni Unite, era tra il pubblico del vertice e ha affermato che le osservazioni del principe Faisal erano “accuse appartenenti al passato, molte delle quali false”.

Lo scontro diplomatico arriva meno di tre mesi dopo una “storica” intesa per il Medio Oriente. Il 15 settembre, Washington è stata testimone della cerimonia per la firma degli accordi di normalizzazione tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. Il primo patto, nominato “accordo Abraham”, era stato precedentemente annunciato dal capo della Casa Bianca, Donald Trump, il 13 agosto. In particolare, Israele si è impegnato a sospendere l’annessione dei territori palestinesi della Cisgiordania, così come annunciato in precedenza, sebbene il primo ministro israeliano, Netanyahu, abbia specificato di aver semplicemente deciso di “ritardare” l’annessione come parte dell’accordo con Abu Dhabi.

Proprio Netanyahu si è più volte detto pronto a firmare un accordo storico, prevedendo che presto anche altri Paesi seguiranno l’esempio emiratino. Gli accordi hanno resto gli Emirati e il Bahrein il terzo e il quarto Stato arabo che riconoscono la sovranità dello Stato d’Israele. Il primo era stato l’Egitto, nel 1979, e poi la Giordania, nel 1994. Gli UAE hanno affermato che la decisione di normalizzare le relazioni con Israele ha “infranto la barriera psicologica” e rappresenta “la via da seguire” per portare la pace nella regione mediorientale.

L’intesa siglata il 15 settembre ha poi portato gli UAE e Israele a raggiungere ulteriori accordi, il 20 ottobre. Tra questi, la sospensione dei visti per i cittadini israeliani che desidereranno recarsi negli Emirati. Tale mossa, sebbene non ancora concretizzata, ha reso gli UAE il primo Paese del Golfo a revocare una simile disposizione. Secondo quanto affermato dal presidente degli UAE, Khalifa bin Zayed al-Nahyan, il 26 novembre, in occasione di un discorso rivolto al Consiglio federale nazionale, l’accordo Abraham concluso con Israele mira a portare pace nella regione, ed risponde alle aspirazioni della popolazione di prosperità e progresso. “Abbiamo dovuto adattare la nostra politica, con il fine di salvaguardare la sicurezza e la stabilità nel nostro Paese e nella nostra regione, nel rispetto dei principi del diritto internazionale, della convivenza pacifica e della risoluzione delle divergenze attraverso il dialogo”, ha affermato lo sceicco al-Nahyan.

Gli altri accordi raggiunti tra i due Paesi riguardano perlopiù aspetti economici. Tra questi, l’istituzione dell’Abraham Fund, come stabilito con l’accordo siglato il 15 settembre. Stando a quanto riferito dall’ambasciata USA in Israele, la International Development Finance Corporation statunitense, gli Emirati Arabi Uniti e Israele mobiliteranno più di 3 miliardi di dollari in iniziative di investimento e sviluppo nel settore privato, volte a promuovere la cooperazione economica e la crescita a livello regionale. Come specificato dal CEO della International Development Finance Corporation, Adam Boehler, tali finanziamenti saranno altresì destinati a modernizzare i checkpoint gestiti da Israele per conto dei palestinesi.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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