La guerra in Yemen e l’Arabia Saudita

Pubblicato il 7 dicembre 2020 alle 13:34 in Il commento Yemen

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Le rappresentazioni collettive cambiano faticosamente e, infatti, l’immagine che molti hanno della guerra in Yemen è immutata da cinque anni. I fatti sono noti: nel febbraio 2015, il legittimo presidente dello Yemen, Rabdo Mansur Hadi, è stato rovesciato dal movimento Houthi, che si è impossessato della capitale Sanaa. Siccome Hadi è appoggiato dall’Arabia Saudita, mentre gli Houthi sono sostenuti dall’Iran, i sauditi hanno avviato i bombardamenti aerei contro gli Houthi nel marzo 2015, per impedire all’Iran di estendere la sua influenza sullo Yemen. Questa è la ragione per cui continuiamo a pensare che il conflitto prosegua per colpa dei sauditi. La realtà, ormai da anni, è che l’Arabia Saudita sta facendo di tutto per porre fine alla guerra, mentre gli Houthi, il cui colpo di Stato fu immediatamente condannato dal consiglio di Sicurezza dell’Onu, intendono proseguirla. Una delle ragioni per cui gli Houthi continuano ad attaccare a testa bassa è che, prima di sedersi al tavolo della pace, vorrebbero impossessarsi della regione di Marib, ricca di gas e petrolio. Dal canto suo, l’Arabia Saudita è impegnata in favore della pace per tante ragioni. Ne elenchiamo tre.

La prima è che la guerra in Yemen ha danneggiato la sua immagine internazionale. Nel 2016 l’Arabia Saudita era stata addirittura inserita dall’Onu nella lista degli Stati colpevoli di crimini contro i bambini, dalla quale è stata rimossa, nel giugno 2020, dopo che il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha constatato che i sauditi hanno attuato le misure necessarie per proteggere i bambini yemeniti e la popolazione civile dai bombardamenti. Occorre precisare che anche i bombardamenti degli Houthi causano la morte di numerosi bambini, come si legge nell’ultimo report dell’Onu, “Children and Armed Conflict”, rilasciato il 9 giugno 2020, ma che copre il periodo gennaio-dicembre 2019. La seconda ragione, per cui i sauditi vogliono la pace, è che alcuni Stati occidentali hanno sospeso la vendita di armi verso il loro Regno, che – si badi bene – non teme gli Houthi, ma l’Iran. Detto più semplicemente, l’Arabia Saudita ha paura che, rimanendo senza la giusta quantità di armi occidentali, possa trovarsi in una condizione di svantaggio nei confronti dell’Iran, con la conseguente riduzione della sua capacità di deterrenza verso il suo peggior nemico: “Per indurre l’Iran a non attaccarci – pensano i sauditi – dobbiamo avere un esercito all’avanguardia”. Occorre infatti ricordare che il Congresso americano ha approvato una mozione per sospendere le forniture militari ai sauditi, bloccata dal veto presidenziale di Trump. Quanto agli inglesi, hanno prima bloccato e poi sbloccato il rilascio di nuove licenze per l’esportazione di armi verso l’Arabia Saudita. La terza ragione, che sospinge i sauditi verso la pace, è che Biden è determinato a porre fine al sostegno della Casa Bianca all’Arabia Saudita in Yemen, come ha scritto sul sito della sua campagna elettorale nel giorno del secondo anniversario dell’uccisione di Jamal Khashoggi. Senza il sostegno della Casa Bianca, l’Arabia Saudita trema.

All’inizio del loro intervento, i sauditi pensavano di riconquistare Sanaa in poche settimane. Non avevano pianificato un conflitto prolungato, da cui sono rimasti spiazzati e, alla fine, danneggiati. Che la situazione sia sfuggita di mano ai sauditi è dimostrato dalla frattura creatasi in seno al loro fronte. Gli Emirati Arabi Uniti si sono schierati con le forze indipendentiste, che vogliono creare uno Stato sovrano nel sud dello Yemen. E così, anno dopo anno, la guerra in Yemen si è complicata: nel nord, c’è una guerra tra gli Houthi e il governo di Hadi; nel sud, c’è un conflitto tra il governo di Hadi e le forze separatiste del Consiglio di Transizione Meridionale. Per porre fine ai due conflitti, l’Arabia Saudita ha dovuto ideare due accordi diversi, a conferma del suo impegno per la pace. I primi sono gli accordi di Stoccolma del 13 dicembre 2018, per chiudere il fronte con gli Houthi a nord; i secondi sono gli accordi di Riad del 5 novembre 2019 per chiudere il fronte con i separatisti a sud. I sauditi, in Europa, non godono di buona stampa. Ma la verità sostanziale dei fatti impone di chiarire che l’Arabia Saudita è, tra i Paesi belligeranti, quello più impegnato in favore della pace in Yemen.

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Alessandro Orsini

Articolo apparso nella rubrica domenicale di Alessandro Orsini per il “Messaggero”, riprodotto per gentile concessione del direttore.

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di Redazione

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