Etiopia: il premier Abiy nega l’inizio di una guerriglia nel Tigray

Pubblicato il 7 dicembre 2020 alle 20:19 in Africa Etiopia

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Il primo ministro etiope, Abiy Ahmed, ha negato l’esistenza di un’insurrezione in corso sulle montagne della regione del Tigray affermando che le forze ribelli non avrebbero la capacità di organizzare una simile offensiva armata.

Le truppe federali hanno catturato la capitale regionale, Mekelle, sabato 28 novembre, e hanno dichiarato la fine della guerra contro il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF). Quest’ultimo, tuttavia, sostiene che i suoi militari stiano ancora combattendo contro i soldati di Abiy su vari fronti intorno a Mekelle. Gli esperti temono che un’offensiva prolungata potrebbe avere un effetto destabilizzante su tutta la più ampia regione del Corno d’Africa.

“La cricca criminale del Tigray ha spinto una narrativa palesemente falsa secondo cui i suoi combattenti e i suoi sostenitori sarebbero temprati dalla battaglia e ben armati, causando il rischio di una rivolta prolungata nelle aspre montagne del Tigray”, ha detto Abiy in una nota. “Ha anche affermato di essere riuscito a intraprendere una ritirata strategica con tutte le sue capacità e l’apparato di governo regionale intatti. La realtà è che la cricca criminale è completamente sconfitta e allo sbando, con una capacità insignificante di organizzare un’insurrezione prolungata”, ha ammesso alla fine delle dichiarazioni.

Il TPLF non ha ancora fornito una risposta in merito. Nel frattempo, due fonti diplomatiche hanno dichiarato all’agenzia di stampa Reuters che, domenica 6 dicembre, una squadra di sicurezza delle Nazioni Unite che tentava di accedere al campo profughi di Shimelba, uno dei quattro per i rifugiati eritrei residenti nel Tigray, è stata bloccata e colpita. Le fonti hanno rifiutato di fornire maggiori dettagli, dicendo che le circostanze non erano ancora chiare. Non ci sono stati commenti immediati da parte del governo, del TPLF o delle Nazioni Unite.

Si ritiene che la guerra abbia ucciso migliaia di persone e costretto 45.000 rifugiati a trasferirsi in Sudan. Il conflitto ha poi aggravato la sofferenza nella regione del Tigray, dove circa 600.000 persone dipendevano dagli aiuti alimentari delle organizzazioni umanitarie già prima dello scoppio degli scontri, il 4 novembre. Il cibo scarseggia per gli oltre 96.000 rifugiati eritrei che si trovano nei campi profughi del Tigray e i medici della capitale regionale sono a corto di antidolorifici, guanti e sacche per i cadaveri, ha dichiarato il Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) domenica 29 novembre. “L’ONU e il governo federale dell’Etiopia hanno firmato un accordo per garantire che gli operatori umanitari abbiano un accesso sicuro e senza ostacoli alle aree sotto il controllo del governo federale nella regione del Tigray”, ha affermato, martedì primo dicembre, l’agenzia di coordinamento umanitario delle Nazioni Unite, OCHA, in una dichiarazione.

Shimei Abra Adiko, un rifugiato etiope in Sudan, ha detto al quotidiano al-Jazeera: “La milizia filo-governativa ha detto che ci avrebbe ucciso perché siamo del Tigray. Ci hanno detto: “Avete 24 ore per partire” e hanno iniziato a saccheggiare i nostri animali e le nostre proprietà”. Il TPLF ha accusato le forze di Abiy di compiere ampi saccheggi a Mekelle. “Stanno devastando proprietà civili e hotel e stanno danneggiando le fabbriche”, ha detto il portavoce del TPLF, Getachew Reda, a una stazione televisiva di proprietà tigrina.

Il governo etiope afferma che, con il ripristino della pace, le sue priorità sono il benessere dei Tigray e il ritorno dei rifugiati. Tuttavia, alcuni residenti, diplomatici e leader del TPLF sostengono che gli scontri stanno continuando.

Addis Abeba ha ordinato l’avvio di operazioni militari nel Tigray il 4 novembre, dopo aver affermato che il TPLF aveva attaccato alcuni campi militari federali situati nella regione, affermazioni che il governo tigrino nega apertamente. Il Fronte di liberazione popolare del Tigray è stato per molto tempo, almeno dal 1991, la forza dominante nella coalizione di governo, il cosiddetto Fronte democratico rivoluzionario popolare etiope (EPRDF), un’alleanza multietnica composta da quattro partiti, che ha guidato il Paese per quasi 30 anni prima che Abiy salisse al potere, nell’aprile 2018, sulla scia di un diffuso sentimento antigovernativo nazionale. Lo scorso anno, il TPLF si è separato dall’EPRDF dopo essersi rifiutato di fondersi con gli altri tre partiti della coalizione nel neo formato Prosperity Party (PP), sotto il comando di Abiy. Molti leader del Tigray si sono lamentati per essere stati ingiustamente citati in procedimenti giudiziari basati su accuse di corruzione o per essere stati rimossi da posizioni di comando e additati spesso come capri espiatori per i mali del Paese. 

L’Etiopia avrebbe dovuto tenere le elezioni nazionali ad agosto, ma l’organo elettorale del Paese ha stabilito, a marzo, che tutte le votazioni avrebbero dovuto essere rinviate a causa della pandemia di coronavirus. I legislatori hanno dunque votato per estendere i mandati dei funzionari, che sarebbero scaduti a inizio ottobre, mentre i leader del Tigray si sono rifiutati di accettare la decisione e sono andati avanti con le elezioni regionali, a settembre. Il voto, tuttavia, è stato ritenuto “illegale” dal governo di Abiy. Pertanto, entrambe le parti si ritengono a vicenda “illegittime” e i parlamentari federali hanno stabilito che il governo di Abiy dovrebbe interrompere i contatti e il finanziamento alla leadership del Tigray.

Leggi Sicurezza Internazionale, il solo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Chiara Gentili

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.