India: le proteste degli agricoltori creano tensioni con il Canada

Pubblicato il 5 dicembre 2020 alle 11:00 in India USA e Canada

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Il Ministero degli Esteri di Nuova Delhi ha richiamato l’ambasciatore canadese in India, il 4 dicembre, sostenendo che i commenti sulle proteste in corso nella capitale indiana da parte del primo ministro canadese, Justin Trudeau, potrebbero danneggiare gravemente i rapporti bilaterali. Intanto, i manifestanti prevedono di bloccare l’accesso a Nuova Delhi e di indire uno sciopero nazionale.

In India, sono in corso proteste da parte degli agricoltori, i quali sono, al momento, accampati alle porte della capitale e chiedono la rimozione di nuove leggi sull’agricoltura imposte dal governo indiano, lo scorso 27 settembre. In particolare, è dal 27 novembre scorso che decine di migliaia di agricoltori indiani sono giunti a Nuova Delhi con camion, autobus e trattori manifestando sia ai confini, sia dentro la città e bloccandone le principali vie d’accesso. Dopo una giornata di scontri con la polizia, che ha utilizzato gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e cariche, il 28 novembre, le autorità di Nuova Delhi avevano assegnato ai manifestanti luoghi specifici dove protestare i cui limiti non sono stati però rispettati e le proteste sono tutt’ora in corso.

In tale contesto, il primo ministro canadese ha affermato che: “Il Canada difenderà sempre il diritto a proteste pacifiche”, criticando l’utilizzo della forza da parte del governo indiano. Secondo una dichiarazione rilasciata il 4 dicembre dal Ministero degli Esteri indiano, i commenti di Trudeau hanno rappresentato un atto di interferenza nei propri affari interni e, se ripetute, azioni di tale tipo potrebbero avere impatti dannosi sui legami bilaterali. Il Ministero degli Esteri indiano ha poi aggiunto che i commenti “malinformati” di Trudeau e di altri politici canadesi avrebbero altresì incoraggiato raduni di “estremisti” di fronte alla sede della missione indiana in Canada e, per questo, ha chiesto alle autorità di Ottawa di garantire la sicurezza del personale diplomatico indiano, invitando i politici canadesi ad astenersi da commenti in grado di “legittimare l’attivismo estremista”.

Per quanto riguarda, invece, le intenzioni dei manifestanti, dopo aver intrattenuto colloqui inconcludenti con il governo, durante i quali le parti sono rimaste ognuna ferma sulle proprie posizioni, il 4 dicembre, i manifestanti hanno promesso di bloccare tutte le strade di accesso a Nuova Delhi e uno sciopero nazionale, da organizzare nella settimana dal 7 al 13 dicembre.  Il governo di Nuova Delhi ha schierato forze di sicurezza massicciamente armate in due punti di accesso alla capitale per evitare che vengano varcati.

Gli agricoltori indiani stanno protestando da due mesi, principalmente negli stati di Punjab e Haryana, contro tre leggi di liberalizzazione adottate lo scorso 27 settembre dal governo del primo ministro indiano, Narendra Modi, in materia di agricoltura, che consentirebbero agli agricoltori di vendere i propri prodotti ovunque e a chiunque, non limitandoli agli ingrossi regolati dal governo. In base ai nuovi provvedimenti, secondo i manifestanti, il governo smetterebbe di comprare prodotti agricoli a prezzi minimi garantiti e consentirebbe il loro sfruttamento da parte di grandi aziende private che potrebbero così comprare i loro raccolti a prezzi bassi. Secondo il governo, però, le nuove leggi sarebbero invece necessarie per riformare il sistema agricolo e consentire agli agricoltori la libertà di commerciare i propri prodotti liberamente e potenziare la produzione agricola in generale, grazie ad investimenti privati. Inoltre, il governo indiano ha anche rassicurato gli agricoltori che il cosiddetto “prezzo di sostegno minimo” per i prodotti agricoli non verrà abolito e che gli agricoltori potranno scegliere i propri acquirenti. Modi è stato accusato di essersi schierato da parte delle grandi aziende e di aver danneggiato i piccoli e medi agricoltori indiani.

In India, l’agricoltura è un settore centrale del quale vive oltre la metà della popolazione che conta oltre 1,3 miliardi di persone e genera 1/3 del PIL nazionale, ovvero il 15% dei suoi circa 2,9 trilioni di dollari totali.  Di fronte a tale scenario, gli agricoltori conducono frequenti proteste e chiedono prezzi migliori per il raccolto, prestiti facilitati e sistemi di irrigazione che garantiscano il loro lavoro anche in tempi di siccità.

Tale quadro è stato poi aggravato dalla diffusione del coronavirus in India che è, ad oggi, il secondo Paese più colpito al mondo per numero di contagi, dopo gli USA. La pandemia ha determinato gravi danni anche per l’economia e, secondo statistiche della Banca Centrale, nell’anno fiscale in corso, il Paese affronterà la peggior recessione dalla sua indipendenza nel 1947.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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