Bangladesh: 1.642 rifugiati Rohingya trasferiti in un’isola disabitata

Pubblicato il 5 dicembre 2020 alle 12:53 in Bangladesh Immigrazione Myanmar

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Le autorità del Bangladesh, il 4 dicembre, hanno iniziato il ricollocamento di 1.642 rifugiati di etnia Rohingya nell’isola di Bhasan Char, situata nel Golfo del Bengala. Le Nazioni Unite e più gruppi di difesa dei diritti umani hanno condannato il trasferimento dei rifugiati in questione sostenendo che siano stati forzati a spostarsi.

Bhasan Char è un’isola disabitata e soggetta ad intemperie climatiche frequenti, come cicloni e inondazioni, emersa dalle acque circa 20 anni fa e situata a 34 km di distanza dalla terra ferma. Secondo il governo bengalese di Dhaka, i rifugiati avrebbero accettato volontariamente di essere trasferiti sull’isola, mentre, in base alle denunce di alcuni gruppi umanitari, sarebbero stati al contrario ingannati o forzati a farlo con minacce, offerte in denaro e altri metodi di persuasione.

L’agenzia di stampa Reuters, citata da The Diplomat, ha intervistato due persone di etnia Rohingya coinvolte nel trasferimento le quali hanno rivelato che i loro nomi sono comparsi in un elenco elaborato da alcuni leader locali nominati dal governo senza che loro avessero acconsentito in prima persona allo spostamento. Al contempo, Human Rights Watch ha dichiarato di aver contattato 12 famiglie i cui nominativi sono comparsi sullo stesso elenco e che hanno confermato di non aver accettato alcun piano di ricollocamento. I rifugiati sono stati prelevati da più campi profughi presenti in Bangladesh, dove sono state dispiegate molte unità delle forze di sicurezza. Il trasporto è iniziato il 3 dicembre, quando i rifugiati sono stati portati al porto di Chittagong dal quale sono partite le prime sette imbarcazioni, il giorno successivo. Alcuni hanno cercato di mettersi in fuga ma non tutti vi sono riusciti.

Le 1.642 persone trasferite a Bhasan Char sono una piccola frazione rispetto al numero di Rohingya attualmente presenti in Bangladesh, che si stima ammonti ad un milione di persone, la maggior parte delle quali si trova nei campi profughi sovraffollati della città di Cox’s Bazar, collocata al confine con il Myanmar, Paese dal quale sono arrivati.

I Rohingya sono una popolazione musulmana concentrata soprattutto nello Stato birmano di Rakhine, confinante con il Bangladesh, che non è mai stata riconosciuta ufficialmente come un gruppo etnico indigeno birmano ma che è invece ritenuta dal governo una popolazione migrata in Myanmar dal Bangladesh. Già dal 2016, erano emerse alcune notizie riguardo violenze di massa contro i Rohingya condotte dall’Esercito birmano in tale Stato, poi, dal 25 agosto 2017, è esplosa la violenza dei militari contro tale minoranza, costringendo oltre 742.000 persone a recarsi nel vicino Bangladesh in quello stesso anno. L’organizzazione Medici senza frontiere ha stimato che, solamente nel primo mese di tale campagna di repressione, siano state uccise 6.700 persone, di cui 730 erano bambini di età inferiore ai cinque anni. Nel 2018, poi, un gruppo di ribelli dello Stato di Rakhine ha formato il cosiddetto Arakan Army e sta combattendo contro l’Esercito del Myanmar.

Alla luce di tale quadro, il trasferimento dei Rohingya nell’isola di Bhasan Char è un’iniziativa del governo bengalese volta a ridurre la pressione all’interno dei propri campi di rifugiati e per trovare una soluzione a lungo termine alla crisi determinata dall’esodo di tale etnia, anche in considerazione del fatto che il Myanmar non è disposto a riprenderli nel proprio territorio, non riconoscendoli come etnia autoctona.

Per rendere l’isola di Bhasan Char vivibile, negli ultimi anni, la Marina bengalese vi avrebbe costruito argini a protezione delle inondazioni, case, ospedali e moschee. Tuttavia, i piani di ricollocamento delle autorità bengalesi erano stati da subito criticati sia dalle Nazioni Unite, sia dai gruppi per i diritti umani, già quando erano stati proposti per la prima volta nel 2015. Le argomentazioni contrarie a tale schema sostengono che l’isola non sia mai stata abitata, sia remota e soggetta a inondazioni e cicloni. Il direttore regionale dell’associazione no-profit Fortify Rights, Ismail Wolff, ha definito Bhasan Char “un centro di detenzione insulare”.

Di fronte al trasferimento di massa del 4 dicembre, Amnesty International ha affermato che nessuno schema possa essere attuato senza la piena e significativa partecipazione delle persone coinvolte. Refugees International ha poi affermato che i piani bengalesi siano “a dir poco una pericolosa detenzione di massa della popolazione Rohingya che violano gli obblighi internazionali in materia di diritti umani”.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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