Ahmadreza Djalali: il medico iraniano-svedese condannato a morte per spionaggio

Pubblicato il 3 dicembre 2020 alle 12:13 in Iran Svezia

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Ahmadreza Djalali è uno scienziato iraniano-svedese, accusato di spionaggio per conto di Israele. La sua condanna a morte, prevista per il 2 dicembre, è stata rimandata, mentre la comunità internazionale è stata esortata a intervenire.

Ahmadreza Djalali, medico e scienziato con doppia cittadinanza, oltre che docente presso il Karolinska Institute di Stoccolma, era stato arrestato dagli agenti del Ministero dell’Intelligence iraniano il 24 aprile 2016, con accuse di “collaborazione con Stati ostili”, dopo essersi recato nel Paese su invito ufficiale dell’Università di Teheran e di Shiraz. Dopo aver trascorso tre mesi nel centro di detenzione del Ministero, Djalali è stato condannato per “corruzione sulla terra” dalla Corte Rivoluzionaria di Teheran. La decisione è stata poi confermata, nel 2017, dalla Corte Suprema.

In particolare, l’accusa è di aver fornito informazioni a Israele per aiutare il Paese ad uccidere scienziati di alto livello che operano in ambito nucleare. A tal proposito, secondo la procura di Teheran, Djalali avrebbe fornito al Mossad informazioni su due responsabili del programma nucleare iraniano, Masoud Alimohammadi e Majid Shahriari, uccisi tra il 2010 e il 2012.

Secondo l’organizzazione Iran Human Rights (IHR), il rischio esecuzione è imminente e solo una risposta a livello internazionale potrà salvare la vita di Djalali. È stata la medesima organizzazione a riferire, il primo dicembre, che lo scienziato è stato trasferito dalla prigione di Evin a quella di Rajai Shahr, lasciando presagire una imminente esecuzione, mentre il rinvio dell’operazione è stato riportato dall’avvocato di Djalali, Haleh Mousavian. La notizia è stata confermata anche dalla moglie, Vida Mehrannia, la quale ha dichiarato di aver parlato con il marito Ahmadreza la scorsa settimana e che le aveva riferito che l’esecuzione avrebbe avuto luogo il 2 dicembre “da qualche parte”, a meno che non vi fosse stato l’intervento di qualcuno.

Il 24 novembre, IHR aveva rilasciato una dichiarazione in cui veniva evidenziata la “disumanità” della pena di morte, che, nel caso di Djalali, è considerata il frutto di teorie cospirative da parte dei funzionari della sicurezza iraniani. Questi ultimi, a detta di IHR, hanno spesso accusato di spionaggio cittadini con doppia cittadinanza, costringendoli successivamente a confessare sotto tortura, e privandoli, quindi, del diritto al processo. Anche nel caso dello scienziato iraniano-svedese, le confessioni che hanno portato alla pena di morte sarebbero state estorte con la tortura, quando Djalali si trovava in isolamento.

La ministra degli Esteri svedese ha dichiarato di aver parlato con la controparte iraniana, Mohammad Javad Zarif, ma che la posizione di Teheran sembra inamovibile. Inoltre, in Iran, il potere giudiziario è indipendente e, stando a quanto evidenziato da Zarif, ogni ingerenza nell’emissione o nell’esecuzione delle decisioni giudiziarie viene respinta come inaccettabile. Era stata Stoccolma a concedere la cittadinanza svedese a Djalali nel febbraio 2018, mesi dopo che la Corte suprema iraniana aveva confermato la pena di morte. Tuttavia, l’Iran non riconosce la doppia cittadinanza e ha trattato il medico secondo le norme iraniane.

Secondo alcuni, l’Iran, attraverso il proprio rifiuto, spera di poter ottenere il rilascio del diplomatico iraniano Assadollah Assadi, sotto processo in Belgio per presunta partecipazione in un piano che prevedeva l’esplosione una bomba durante una manifestazione di figure dell’opposizione iraniana nel 2018. Assadi si è rifiutato di presentarsi in tribunale, rivendicando l’immunità diplomatica.Il caso Djalali segue quello di Kylie Moore-Gilbert, la ricercatrice britannico-australiana detenuta in Iran dal 2019, con accuse di spionaggio per conto di Israele, e liberata il 25 novembre, in cambio del rilascio di tre prigionieri iraniani.

A livello internazionale, sono state diverse le organizzazioni internazionali che si sono mobilitati. A tal proposito, 153 vincitori del premio Nobel hanno inviato una lettera al leader supremo iraniano, l’Ayatollah Ali Khamenei, chiedendo il rilascio di Djalali. Anche l’Italia ha riferito di star seguendo con attenzione la questione, in coordinamento con altri Paesi europei. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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