L’orgoglio dell’Iran e la morte di Fakhrizadeh

Pubblicato il 2 dicembre 2020 alle 6:01 in Il commento Iran

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Il 2020 è stato un anno orribile per l’Iran, che oggi piange un’altra vittima illustre, Mohsen Fakhrizadeh, capo del programma nucleare da vent’anni. La domanda, per questa rubrica, è inevitabile: la politica di Trump, che ci fa vivere sull’orlo di una escalation militare con l’Iran, è nell’interesse nazionale dell’Italia? Prima di rispondere, ricostruiamo i fatti principali. Il fatto più importante è che Trump ha intrapreso una corsa contro il tempo. Nei due mesi che gli restano alla Casa Bianca, cercherà di minare la politica del dialogo annunciata da Biden. Trump non è isolato nella sua offensiva e questo lo rende particolarmente efficace. Netanyahu cammina al suo fianco da quattro anni ed è difficile trovare due leader, che, pur guidando due Stati diversi, abbiano una tale identità di intenti e di vedute. È infatti impossibile che gli interessi nazionali di due Stati coincidano sempre. Eppure, Trump e Netanyahu sono una cosa sola. Dopo l’uccisione spettacolare di Soleimani all’inizio del 2020, è la volta di Fakhrizadeh, ucciso anch’egli in modo assai sofisticato mentre usciva da Teheran. Il suo convoglio è stato prima sbalzato da un’autobomba e poi bersagliato da un commando che ha sparato con i mitragliatori da due direzioni diverse. La capacità di reazione della scorta iraniana è stata impressionante, anche se alla fine ha dovuto soccombere. Pur essendo frastornati da un’esplosione improvvisa, e sotto una pioggia di proiettili, gli iraniani hanno risposto al fuoco, uccidendo alcuni assalitori: capita soltanto agli agenti con un addestramento elevatissimo. Se è vero che alcuni attentatori sono caduti, la loro identificazione renderà più agevole risalire ai mandanti, che sembrano già noti. Secondo un articolo del “New York Times”, firmato anche da David E. Sanger e Ronen Bergman, l’esecuzione è stata organizzata da Israele. Anche l’abilità degli agenti israeliani è impressionante. La disinvoltura con cui si muovono sul territorio del più grande nemico di Israele è solare. La notte del 31 gennaio 2018, gli agenti del Mossad, disattivati gli allarmi, si introdussero nel magazzino di un quartiere commerciale di Teheran, da cui sottrassero 50,000 pagine e 163 “compact-disc” relativi al programma nucleare iraniano, che Netanyahu mostrò a Trump, chiedendogli di annullare gli accordi di Obama. Netanyahu rivelò il furto il 30 aprile e Trump annunciò la fuoriuscita dagli accordi l’8 maggio 2018: un’intesa mediatica perfetta. Il problema è che Netanyahu non riuscì a dimostrare che l’Iran aveva violato gli accordi presi con Obama e, infatti, l’Unione Europea non tenne conto dei fascicoli rubati e ribadì che l’Iran stava mantenendo gli impegni. Gli appassionati di servizi segreti potranno trovare i dettagli di quel furto clamoroso in un servizio del “New York Times” del 15 luglio 2018, intitolato: “How Israel, in dark of night, torched its way to Iran’s nuclear secret”. A noi, invece, interessa rispondere alla nostra domanda iniziale e cioè se la politica di Trump sia utile all’Italia. La risposta è no, per almeno due ragioni. La prima è economica: l’Italia, prima delle nuove sanzioni trumpiane, era il principale partner commerciale dell’Iran nell’Unione Europea. La seconda ragione è politica: l’Italia ha una Costituzione che le impedisce di partecipare direttamente alle guerre e pure un sistema di leggi che le proibisce di partecipare indirettamente. A causa della struttura del sistema internazionale, emersa dopo la seconda guerra mondiale, gli italiani devono sempre tremare davanti alla parola “guerra”. Quando scoppia la guerra, l’Italia diventa un Paese irrilevante, come conferma l’esperienza in Libia. Fino a quando le due parti in lotta, Tobruk e Tripoli, si minacciavano, l’Italia aveva un ruolo preminente. Si potrebbe addirittura affermare che, nel periodo 2017-2018, il ministro dell’Interno Marco Minniti sia stato il politico più importante della Libia. Non appena Tobruk e Tripoli hanno iniziato a spararsi addosso, l’Italia è stata esclusa da tutti i tavoli che contano. Il suo posto è stato occupato dai Paesi che possono fare la guerra, tra cui la Turchia e l’Egitto. Sono soltanto alcune delle ragioni per cui gli italiani dovranno rimanere con il fiato sospeso fino al 20 gennaio 2021, giorno dell’insediamento di Biden, sperando che, nel frattempo, Trump e Netanyahu non riescano a precipitare il mondo in una guerra con l’Iran.

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Alessandro Orsini

Articolo apparso nella rubrica domenicale di Alessandro Orsini per il “Messaggero”, riprodotto per gentile concessione del direttore.

di Redazione

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