Hong Kong: tre attivisti finiscono in carcere

Pubblicato il 2 dicembre 2020 alle 15:23 in Cina Hong Kong

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Tre ex-membri dell’organizzazione Demosisto, sciolta lo scorso 30 giugno, Hua Zhifeng, noto come Joshua Wong, Zhou Ting, anche conosciuta come Agnes Chow, e Lin Langyan, chiamato Ivan Lam, sono stati giudicati colpevoli da un tribunale di Hong Kong, il 2 dicembre. I tre attivisti dovranno scontare pene che potranno prevedere dai 7 ai 13 mesi di carcere per aver incitato, organizzato e partecipato alle proteste non autorizzate del 21 giungo 2019.

Il 24enne Joshua Wong è stato condannato a 13 mesi e mezzo di carcere per “aver incitato altre persone a partecipare consapevolmente ad incontri non autorizzati” e per “aver organizzato incontri non autorizzati”. Agnes Chow, 26 anni, è stata condannata a 7 mesi di detenzione per “aver incitato altre persone a partecipare consapevolmente ad incontri non autorizzati”. Infine, il 23enne Ivan Lam è stato condannato a 10 mesi di reclusione sia per “aver incitato altre persone a partecipare consapevolmente ad incontri non autorizzati” sia “per aver partecipato consapevolmente ad incontri non autorizzati”.

I tre erano stati arrestati  e si erano tutti dichiarati colpevoli, lo scorso novembre, rispondendo alle accuse loro rivolte che riguardano una protesta pacifica organizzata il 21 giugno 2019 di fronte al quartier generale della polizia di Hong Kong. L’evento era stato definito dal Washington Post come la “maggior sollevazione contro il dominio del Partito comunista cinese condotto in territorio nazionale dal 1989”.

La giudice che ha emesso la sentenza del 2 dicembre, Lily Wong, ha affermato che una pena non detentiva per Joshua Wong e Ivan Lam non fosse adeguata a causa dei loro precedenti penali, tutti legati alle loro attività di protesta. Oltre a questo, la giudice ha definito le manifestazioni del 21 giugno 2019 ben pianificate e ha letto i messaggi inviati da Joshua Wong attraverso la piattaforma Telegram per incoraggiare le persone a radunarsi di fronte alla sede della polizia. Nonostante gli episodi in questione siano rimasti pacifici, la giudice ha dichiarato che il tribunale deve ricordare l’importanza del mantenimento dell’ordine pubblico

Joshua Wong è diventato uno tra i volti più noti delle proteste ad Hong Kong e la condanna del 2 dicembre sancirebbe la quarta volta in cui l’attivista è finito in carcere per le lotte condotte contro quella che è ritenuta essere l’ingerenza di Pechino nell’isola.  Oltre all’ultima condanna ricevuta, il 24enne sta aspettando un giudizio anche rispetto ad altre accuse a suo carico riguardanti altre manifestazioni e, per più volte, le sue candidature a cariche pubbliche sono state rifiutate. Per Agnes Chow, invece, la condanna del 2 dicembre rappresenta la prima detenzione e, oltre a questo, lo scorso 10 agosto è stata arrestata con l’accusa di “incitare il secessionismo”, prevista dalla nuova legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino sull’isola dallo scorso 30 giugno e che prevedrebbe pene fino all’ergastolo qualora l’imputato venisse giudicato colpevole.

Dopo la sua approvazione, la “Legge della regione amministrativa speciale di Hong Kong della Repubblica Popolare Cinese per la salvaguardia della sicurezza nazionale” era stata fatta rientrare nell’Allegato III della Basic Law, la mini-costituzione di Hong Kong. Con essa sono stati proibiti movimenti secessionisti e sovversivi, interferenze straniere e azioni di terrorismo sull’isola, rendendoli atti criminali per i quali sono previste pene fino all’ergastolo. Oltre a questo, è stata istituita la Commissione di Salvaguardia della Sicurezza Nazionale, che prevede l’impiego sull’isola di forze dell’ordine rispondenti al governo centrale di Pechino. Per molti, la legge avrebbe leso l’autonomia e le libertà di Hong Kong, restando volutamente vaga e lasciando ampi margini per la casistica di applicazione.

Tuttavia, i tre attivisti non sono stati giudicati per accuse derivanti dalla legge sulla sicurezza nazionale ma per attività svolte durante le proteste che hanno interessato Hong Kong dal 2019. Il movimento è iniziato il 31 marzo 2019, quando gli abitanti dell’isola sono scesi in strada per manifestare contro una controversa proposta di legge che prevedeva l’estradizione verso la Cina continentale per i residenti di Hong-Kong. Nonostante tale proposta sia stata ritirata, le proteste si sono evolute in una generale rivendicazione contro le ingerenze del governo centrale di Pechino nelle questioni interne dell’isola, diventando sempre più violente. A seguito del ritiro della proposta di legge, l’esecutivo di Hong Kong ha respinto le altre richieste dei manifestanti, tra cui figuravano: l’amnistia per i manifestanti detenuti, l’avvio di un’indagine indipendente sui presunti eccessi di violenza della polizia e il rilancio del processo di riforma politica in senso democratico.

 Con il passare del tempo, le proteste sono diventate sempre più frequenti e violente fino ad arrivare ad un progressivo affievolimento all’inizio del 2020 a causa della diffusione del coronavirus. In tale contesto, l’esecutivo di Pechino ha più volte affermato di aver deciso di adottare la legge sulla sicurezza nazionale proprio per contrastare la crescente violenza sull’isola.

Hong Kong fa ufficialmente parte della Cina dal primo luglio 1997, quando fu ultimato il passaggio della sua sovranità dal Regno Unito al governo di Pechino, secondo una serie di condizioni stabilite nella Dichiarazione congiunta sino-inglese, siglata il 19 dicembre 1984 e registrata come un trattato dall’Onu. In base a tale documento, le relazioni di Hong Kong con il governo centrale sono state regolate dal modello “un Paese, due sistemi”, volto a garantire un certo grado di indipendenza all’isola, che negli anni si era sviluppata su un modello economico, politico e sociale inglese e capitalista, molto distante dal modello del socialismo con caratteristiche cinesi adottato da Pechino. Tale principio e modalità di gestione sarebbero dovuti restare in vigore fino al 2047 ma per molti la legge sulla sicurezza nazionale li avrebbe già erosi.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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