Cina e India: è scontro sulle dighe

Pubblicato il 2 dicembre 2020 alle 12:35 in Cina India

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Un funzionario del Ministero indiano per le Risorse Idriche, lo sviluppo dei Fiumi e il Ringiovanimento del Ganja, T.S. Mehra, ha annunciato la possibile costruzione di una diga da 10 giga watt sul Brahmaputra, nell’Arunachal Pradesh, per scongiurare gli effetti negativi che deriverebbero dai progetti di idroelettrici cinesi  in una sezione del fiume, chiamato in Cina Yarlung Tsangpo, annunciati di recente. Al momento, secondo il funzionario indiano, il governo di Nuova Delhi, con a capo il premier Narendra Modi, starebbe considerando tale eventualità.

Mehra ha parlato della questione con i media indiani ai quali avrebbe dichiarato: “Spesso diciamo ai cinesi che qualsiasi progetto essi stiano intraprendendo non deve avere effetti negativi per l’India. Loro ci hanno assicurato ciò, ma non possiamo sapere quanto dureranno le loro garanzie”.

Le preoccupazioni a cui ha fatto riferimento Mehra riguardano il fiume Brahamputra che scorre dalla regione del Tibet verso l’Arunachal Pradesh, attraversa l’Assam e arriva fino al Bangladesh dove sfocia in mare. La Cina vuole costruire una diga sul tratto tibetano del fiume e l’India teme che il progetto idroelettrico cinese possa causare alluvioni o carenza d’acqua nel proprio territorio.

Lo scorso 26 novembre, il presidente e segretario di partito interno all’azienda statale Power Construction Corporation of China, Yan Zhiyong, parlando dei progetti che Pechino intende sviluppare, ha dichiarato che il corso basso del fiume in questione avrebbe il maggior potenziale idroelettrico al mondo. Il nuovo progetto cinese potrebbe avere una capacità pari a 70 milioni di kilowatt di risorse tecnologicamente sviluppabili e la costruzione di impianti idroelettrici nel corso basso del fiume è una delle raccomandazioni a lungo termine citate nel 14esimo piano quinquennale della Cina e negli obiettivi a lungo termine del Paese per il 2035. Secondo le autorità indiane, però, tale progetto potrebbe mettere a rischio la sicurezza idrica dell’India e del Bangladesh.

Una fonte indiana avrebbe riferito al quotidiano cinese Global Times che il governo di Nuova Delhi riserva attenzione strategica ai fiumi che attraversano il confine sino-indiano e che, nonostante i recenti attriti di confine tra i due Paesi, i meccanismi di comunicazione in materia sono sempre rimasti attivi. Da parte sua, il Bangladesh, il terzo Paese coinvolto nella questione, ha affermato che le Nazioni a valle rispetto alla Cina hanno motivi validi per essere preoccupate, in quanto il corso del fiume verrebbe distrutto e per questo è necessario che la Cina avvii un dialogo multilaterale prima di costruire qualsiasi diga.

Al momento le relazioni tra Pechino e Nuova Delhi sono in un momento di stallo in quanto, di recente, si sono riaccese le tensioni tra i rispettivi eserciti in più settori del confine conteso tra i due Paesi, la Linea di Controllo Effettivo (LAC). In particolare, lo scorso 5-6 maggio, si sono verificati i primi scontri fisici tra i due eserciti nella zona del passo di Nathu La, nello Stato indiano del Sikkim, nel settore centrale della LAC. Successivamente, il 15 giugno, un altro scontro è culminato nella morte di circa 20 soldati indiani nella valle di Galwan, situata tra l’area di Aksai Chin, amministrata dalla Cina, e il territorio indiano di Ladakh, nel settore occidentale della LAC. Nonostante la Cina non abbia fornito un numero esatto di caduti, l’episodio è stato l’incidente che ha causato il maggior numero di vittime tra i due eserciti dal 1967. Infine, il 7 settembre, Nuova Delhi e Pechino si sono accusate reciprocamente di aver sconfinato nel territorio dell’altra e di aver aperto il fuoco in segno di avvertimento, per la prima volta dal 1975, nella zona del lago Pangong Tso, un bacino che si estende dal territorio indiano di Ladakh fino alla regione autonoma del Tibet cinese , violando un  accordo firmato dalle parti  il 29 novembre 1996 che impedisce ad entrambe di aprire il fuoco o detonare esplosivi entro 2 km dalla LAC.  

La zona dell’Arunachal Pradesh con i suoi oltre 83.000 km2 di estensione, è un punto critico delle relazioni sino-indiane, in quanto Pechino la considera parte del proprio territorio, al punto che la ha ufficialmente definita “Tibet meridionale”, mentre, per l’India, che amministra di fatto l’area, si tratta di un proprio Stato, riconosciuto come tale dal 1986.

Oltre a questo, la costruzione di dighe nei fiumi asiatici da parte della Cina è stata motivo di più tensioni regionali, come, ad esempio nel caso del fiume Mekong, dove la Cina è stata accusata di aver aggravato i casi di siccità nei Paesi a valle con i propri impianti. Pechino ha sempre negato tali accuse e, lo scorso 24 agosto, ha promesso che intensificherà la condivisione di informazioni riguardanti il fiume Mekong, il cui alto corso scorre in territorio cinese, dove è chiamato Lancang, con i Paesi della Lancang Mekong Cooperation (LMC) ovvero Laos, Myanmar, Thailandia, Cambogia e Vietnam.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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