Thailandia: accusati di lesa maestà i manifestanti che hanno insultato il re

Pubblicato il 30 novembre 2020 alle 13:01 in Asia Thailandia

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Sette tra i principali leader delle proteste thailandesi si sono recati alla polizia, lunedì 30 novembre, per ascoltare le accuse loro rivolte per aver insultato la monarchia, durante le manifestazioni pro-democrazia, che prevedono pene fino a 15 anni di carcere. I sette hanno affermato che non desisteranno dal portare avanti le dimostrazioni, nonostante tali ultime accuse che si sommeranno a quelle accumulate durante gli ultimi quattro mesi di proteste.

Il crimine di cui sono stati incolpati i leader delle proteste è quello di “lesa maestà”, previsto all’articolo 112 del codice penale thailandese, volto a punire coloro che abbiano rivolto critiche alla monarchia e che prevede pene fino a 15 anni di reclusione. Finora, le autorità thailandesi si erano astenute dall’invocare l’articolo 112, su volontà del re, nonostante le ripetute critiche rivolte alla monarchia e, in particolare proprio al sovrano Maha Vajiralongkorn, dai manifestanti ma. Il 30 novembre, per la prima volta negli ultimi due anni, i sette leader potrebbero essere i primi a dover rispondere di tali accuse.

Uno tra i sette, l’avvocato per i diritti umani, Arnon Nampa, ha rilasciato una dichiarazione alla stampa prima di entrare negli uffici della polizia, affermando che l’articolo 112 sia una legge ingiusta a cui non conferisce alcun valore e, per questo, si è detto pronto a “combattere nel sistema giudiziario”. Oltre ad Arnon Nampa, tra gli altri imputati figurano Panupong Jadnok, anche detto “Mike Rayong”, Panusaya Sithijirawattanakul, nota come “Rung”, e Parit Chiwarak, conosciuto con lo pseudonimo “Pinguino”. Gli ultimi tre non hanno ancora rivelato se accetteranno o meno l’accusa di lesa maestà ma Pinguino ha dichiarato che l’utilizzo dell’articolo 112 nei loro confronti abbia dimostrato al mondo e alla società thailandese che la monarchia è adesso “l’opposizione politica”.

In Thailandia, le proteste della popolazione sono nate come un movimento pacifico organizzato on-line a inizio 2020 da gruppi studenteschi che hanno poi coinvolto più strati della popolazione, scesa nelle piazze dallo scorso 18 luglio in poi e tutt’ora in corso. Le richieste dei manifestanti sono principalmente tre, ovvero le dimissioni del primo ministro, Prayut Chan-o-cha, riforme monarchiche che limitino i poteri del re e una revisione della Costituzione affinché sia maggiormente democratica.

Per quanto riguarda il re, la popolazione chiede la limitazione dei suoi poteri sulla Costituzione, sull’Esercito e sulle proprietà della corona. Dalla sua ascesa al trono nel 2016, il sovrano thailandese si sarebbe impossessato personalmente di beni della corona per un valore di 54 miliardi di dollari e avrebbe assunto il comando di due reggimenti di fanteria dell’Esercito. Oltre a questo, secondo più osservatori, la sua figura è poi criticata perché l’attuale monarca conduce una vita più mondana rispetto ai suoi predecessori e passa gran parte del suo tempo in Baviera, in Germania, e non nel proprio Paese. Da parte sua, il palazzo reale non ancora mai commentato le critiche ricevute e, rispondendo ad una domanda sulle manifestazioni, il re ha dichiarato di “amare allo stesso modo” anche i partecipanti.

In merito al primo ministro, invece, questi, nel 2019, è risultato vincitore alle ultime elezioni ma in molti ritengono che le votazioni siano state manipolate in suo favore. Prayut aveva assunto il potere per la prima volta nel 2014, dopo aver realizzato un colpo di Stato, e, nel 2017, aveva adottato una nuova Costituzione in base alla quale erano stati ampliati i poteri della corona ed era stato conferito all’Esercito il compito di nominare i membri del Senato che, a loro volta, nominano il premier.

Lo scorso 18 novembre, il Parlamento thailandese si era riunito per votare emendamenti costituzionali ma si era rifiutato di ridurre i poteri della monarchia, limitandosi a votare in favore della creazione di una commissione per riscrivere la Costituzione, saltando i capitoli che riguardano la corona, non ascoltando di fatto le proposte della popolazione.

Le richieste finora avanzate dal fronte pro-democrazia stanno dimostrando che è in corso un generale cambiamento sociale interno al Paese, come rivelato, ad esempio, dagli inediti attacchi alla monarchia. Oltre alla protezione garantita all’istituzione dalla legge di lesa maestà, la stessa Costituzione thailandese sancisce poi che alla monarchia spetti una posizione di venerazione.

La Thailandia è diventata una monarchia costituzionale nel 1932 quando tale forma di governo ha sostituito la monarchia assoluta, in seguito all’azione di un gruppo di militari e civili che si definiva Movimento del Popolo. Da allora, però, il Paese ha adottato almeno 18 Costituzioni e ha assistito a 13 colpi di Stato. Nel tempo, si sono verificate più ondate di protesta a sostegno della democrazia che nel 1973 e nel 1992 videro una violenta repressione da parte delle autorità e che portarono alla morte più manifestanti.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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