Etiopia: Tigray lancia missili contro l’Eritrea, Abiy avvia l’attacco a Mekelle

Pubblicato il 28 novembre 2020 alle 19:00 in Eritrea Etiopia

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Almeno un missile sarebbe atterrato a Sud della capitale dell’Eritrea, Asmara, nella notte tra il 27 e il 28 novembre, dopo essere stato lanciato dal territorio della regione etiope del Tigray. Intanto, dopo aver rifiutato un dialogo mediato dall’Unione Africana con il Fronte di liberazione popolare del Tigray (TPLF), il primo ministro etiope, Abiy Ahmed, avrebbe lanciato l’offensiva su Mekelle, capoluogo regionale del Tigray, il 28 novembre, secondo quanto annunciato dal leader del TPLF, Debretsion Gebremichael. Nel corso della giornata, Abiy ha poi dichiarato la conquista di Mekelle affermando che la città sia adesso sotto il “pieno controllo” delle forze del governo di Addis Abeba.

Secondo quanto dichiarato da quattro diplomatici, tra il 27 e il 28 novembre, un missile sarebbe atterrato a Sud di Asmara e, al momento, non sarebbe chiara la portata né dei danni provocati né delle perdite in termini di vittime e feriti. Un secondo missile sarebbe poi atterrato in un quartiere della capitale eritrea ma quest’ultima notizia sarebbe ancora da confermare. Ancora l’attacco non è stato rivendicato e né l’Eritrea, né l’Etiopia hanno rilasciato commenti in proposito. Il 28 novembre, però, dopo aver annunciato l’attacco contro Mekelle, Debretsion ha anche accusato l’Esercito eritreo di aver perpetrato raid in campi rifugiati in Tigray per catturare persone fuggite nella regione dall’Eritrea.

L’ultimo attacco contro Asmara è arrivato a circa due settimane di distanza dallo scorso 14 novembre, quando tre missili erano stati sferrati da parte delle forze del TPLF contro la capitale eritrea, colpendone l’aeroporto. Il giorno dopo, Gebremichael aveva accusato l’Eritrea di aver fornito sostegno al governo etiope e aveva giustificato l’attacco contro l’aeroporto sostenendo che da esso fossero partiti raid aerei contro il Tigray. Le autorità di Addis Abeba hanno però smentito il coinvolgimento dell’Eritrea a loro sostegno.

Intanto, il 28 novembre, il leader del TPLF ha annunciato a Reuters, con un messaggio telefonico, che le forze del governo etiope hanno lanciato l’offensiva per catturare Mekelle, sostenendo che la città sia al momento sottoposta a pesanti bombardamenti.  La portavoce del primo ministro Abiy, Billene Seyoum, ha però affermato che le forze di Addis Abeba non bombarderanno aree civili, garantendo che le sicurezza degli etiopi a Mekelle e nel Tigray continua ad essere la priorità del governo. Il 26 novembre scorso, Abiy aveva annunciato che le 72 ore di tregua concesse al TPLF per deporre le armi fossero scadute e aveva annunciato l’avvio imminente della “fase finale” dell’offensiva contro il Tigray.

Nel corso della giornata del 28 novembre, il premier Abiy ha comunicato la presa di Mekelle dal proprio account Twitter, confermando quanto già dichiarato dal capo di Stato maggiore dell’Esercito etiope,  Birhanu Jula. Il TPLF non ha ancora commentato la notizia.

Dal 4 novembre scorso, Abiy ha lanciato una campagna militare contro il TPLF che contesta da mesi il governo centrale di Addis Abeba, accusando il gruppo di aver attaccato una base dell’Esercito federale etiope a Dansha e di aver cercato di rubare l’equipaggiamento in essa contenuto, rendendo così necessaria l’azione dell’Esercito nazionale.  Abiy ha accusato il TPLF di tradimento e terrorismo e ha avviato una campagna militare per riportare l’ordine nella regione, attualmente isolata anche dal punto di vista delle comunicazioni. Quest’ultimo elemento ha finora reso pressoché impossibile verificare la veridicità delle informazioni fornite da entrambi i fronti. Oltre ad aver attaccato militarmente il Tigray, dal punto di vista politico, il 7 novembre, il Parlamento etiope ha approvato la formazione di un governo ad interim per la regione, abolendo quelli che ha definito “l’assemblea e l’esecutivo illegali della regione del Tigray”.

 Dall’inizio dell’operazione in Tigray, centinaia di persone avrebbero perso la vita a causa del conflitto armato mentre altre decine di migliaia si sarebbero messe in fuga, riversandosi soprattutto nel vicino Sudan. Più osservatori internazionali, temono che il conflitto in Tigray possa coinvolgere anche i Paesi della regione facendo dilagare la crisi al di là dei confini etiopi. Gli attacchi missilistici contro Asmara hanno destato particolare preoccupazione proprio alla luce di tali considerazioni.

 Il 9 luglio 2018, l’Eritrea e l’Etiopia avevano firmato un trattato di pace con il quale si era concluso il perdurante conflitto tra le parti, iniziato nel 1998, per la demarcazione del confine condiviso. L’Etiopia è diventata un Paese senza sbocco sul mare dal 24 maggio 1993, quando l’Eritrea si è costituita come Stato indipendente, successivamente, una sentenza della Commissione per la delimitazione dei confini, sostenuta dall’Onu, aveva stabilito che la città di Badme, al confine tra i due Stati, dovesse essere ceduta all’Eritrea ma l’Etiopia si era sempre rifiutata di accettare questa condizione. Dal 1998, il conflitto ha causato la morte di circa 80.000 persone e dopo il 2000 ci sono stati numerosi attacchi lungo il confine. Nonostante la pace del 2018, il governo del presidente eritreo, Isaias Afwerki, era rimasto comunque ostile alla leadership del Tigray per il ruolo avuto nel conflitto del 1998-2000.

Dal punto di vista interno, dal 1991, il Fronte di liberazione popolare del Tigray è stato la forza dominante nell’allora coalizione di governo, il Fronte democratico rivoluzionario popolare etiope (EPRDF) che era un’alleanza multietnica composta da quattro partiti che ha guidato il Paese per quasi 30 anni, fin quando Abiy è asceso al potere, nell’aprile 2018, sulla scia di un diffuso sentimento antigovernativo nazionale. Lo scorso anno, il TPLF si è separato dall’EPRDF dopo essersi rifiutato di fondersi con gli altri tre partiti della coalizione nel neo formato Prosperity Party (PP), sotto il comando di Abiy. Molti leader del Tigray si sono lamentati per essere stati ingiustamente citati in procedimenti giudiziari basati su accuse di corruzione o per essere stati rimossi da posizioni di comando e additati spesso come capri espiatori per i mali del Paese.

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Camilla Canestri

di Redazione

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