Il ruolo del Sudan nel conflitto in Yemen

Pubblicato il 26 novembre 2020 alle 16:24 in Sudan Yemen

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Nonostante una riduzione delle proprie truppe in Yemen, il Sudan continua a partecipare alla coalizione internazionale a guida saudita con 657 soldati.

Come verificatosi per il resto dei Paesi membri della coalizione guidata dall’Arabia Saudita, i soldati sudanesi sono giunti presso i fronti di combattimento yemeniti il 26 marzo 2015, data di inizio dell’operazione “Tempesta decisiva”, poi divenuta “Restoring Hope” il 22 aprile dello stesso anno. L’obiettivo era, e continua tuttora ad essere, coadiuvare l’esercito yemenita nella lotta contro i ribelli sciiti Houthi, rispondendo alla richiesta di aiuto del presidente Rabbo Mansour Hadi.

Il contributo iniziale del Sudan equivaleva a 4 aerei da combattimento e 6.000 soldati. Nello specifico, fonti sudanesi riferirono allora che il presidente Omar al-Bashir aveva autorizzato l’invio di 3 Sukhoi-24 di fabbricazione russa e di aerei da trasporto. Al contempo, tra il 2016 e il 2017 è stata registrata la presenza di circa 40.000 combattenti delle Forze di Supporto Rapido (RSF), forze paramilitari gestite dal governo, ma 10.000 membri sono ritornati in patria già nell’ottobre 2019.

Le truppe africane, spesso vetarani del Darfur, sembrano essere stati dispiegati in particolare presso Taiz, Hajjah e Hodeidah, e, secondo il Ministero della Difesa, le forze sudanesi hanno svolto un ruolo rilevante nell’aver liberato alcune aree, tra cui al-Mokha, a Ovest di Taiz. Sebbene il Sudan avesse dichiarato di combattere a sostegno di Hadi, la sua partecipazione è stata vista da alcuni come un modo per ottenere l’assistenza economica di Riad dopo le perdite subite da Khartoum a seguito della dichiarazione di indipendenza del Sud Sudan nel 2011. Inoltre, i sauditi avevano promesso che avrebbero aiutato il Sudan a far revocare le sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti e ad annullare la loro inclusione nella lista degli Stati sponsor del terrorismo.

Nel corso degli anni, il numero di combattenti sudanesi è stato progressivamente ridotto. Uno degli ultimi annunci in tal senso risale all’8 dicembre 2019, quando il primo ministro sudanese, Abdalla Hamdok, a capo di un governo di transizione, ha riferito che il numero di combattenti sudanesi nel Paese mediorientale era stato ridotto da 15.000 a 5.000. Poi, il 14 gennaio 2020, il portavoce delle Forze di Supporto Rapido, Jamal Adam, ha annunciato che il sostegno sudanese in Yemen sarebbe ulteriormente diminuito, giungendo a quota 657 soldati. É stato il medesimo portavoce a specificare che le unità sudanesi operano in due dipartimenti. Alcune sono dispiegate ad Aden, all’interno delle aree controllate dagli Emirati Arabi Uniti (UAE), mentre altre affiancano le truppe di Riad al confine tra lo Yemen e l’Arabia Saudita.

In tale quadro, il 22 settembre 2020, fonti saudite, in condizioni di anonimato, hanno rivelato al quotidiano Middle East Eye che 1.018 tra ufficiali e soldati dell’esercito sudanese erano giunti nel Regno saudita, passando attraverso il controllo passaporti della città Sud-orientale di Jazan, vicino al confine yemenita. Il giorno prima, stando alle dichiarazioni di un’altra fonte anonima, due aerei sudanesi, con a bordo personale militare, avevano viaggiato da Khartoum all’aeroporto saudita di Najran. Nella stessa data, fonti sudanesi hanno rivelato che le RSF avevano inviato 28 civili del Darfur occidentale a combattere a fianco delle forze saudite. Ciò sarebbe avvenuto all’insaputa del Comando supremo.

Uno dei primi incidenti che ha visto coinvolto il Paese africano risale al 28 marzo 2015, quando i ribelli Houthi riferirono di aver colpito un velivolo sudanese mentre questo sorvolava i cieli di Sana’a e di averne catturato il pilota. Tale informazione venne, però, smentita dal portavoce dell’esercito sudanese, Alswarmy Khalid Saad. Stando a quanto riportato dal portavoce dei ribelli Houthi, Yahya Sarea, nel novembre 2019, il Sudan ha visto circa 4.000 soldati morire presso i fronti yemeniti nei primi quattro anni di conflitto. Parallelamente, a detta di Sarea, Abu Dhabi e Riad avrebbero spinto le truppe sudanesi in prima linea al fine di salvaguardare i propri soldati, così come avrebbero badato dapprima ai loro interessi quando si è trattato di discutere dello scambio dei prigionieri. Un portavoce dell’esercito sudanese, Amer Mohammed al-Hasan, ha poi smentito le dichiarazioni delle milizie sciite, definendole un tentativo di alimentare una “guerra psicologica”. Inoltre, in occasione dello scambio di prigionieri del 15 e 16 ottobre scorso, sono stati liberati anche 4 soldati del Sudan.

Per Hamdok, il conflitto yemenita non può risolversi militarmente. All’interno del Paese, poi, l’intervento sudanese non è ben visto da diversi gruppi civili e politici, i quali considerano il conflitto yemenita una guerra per procura principalmente combattuta da Iran e Arabia Saudita. Secondo alcuni analisti, il progressivo disimpegno del Sudan dal conflitto in Yemen è stato ben accolto da chi crede che la presenza del Paese non porti alcun beneficio. Inoltre, la riduzione delle unità sudanesi riflette l’approccio adottato da Hamdok, il quale mira a porre fine alla partecipazione del Sudan in conflitti a livello nazionale, regionale e internazionale, e a rispondere alle aspettative della popolazione, desiderosa di una svolta dopo circa di 30 anni trascorsi sotto la guida dellex presidente islamista al-Bashir, e una decennale crisi economica.

In conclusione, stando alle informazioni raccolte fino al mese di novembre 2020, il Sudan attualmente partecipa al conflitto yemenita con almeno 657 soldati. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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