Yemen: concesse ispezioni presso la petroliera Safer, mentre Riad si rivolge al Consiglio di Sicurezza

Pubblicato il 25 novembre 2020 alle 10:34 in Arabia Saudita Yemen

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L’Arabia Saudita ha inviato un messaggio al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, esortandolo ad agire per porre fine alle minacce poste dai ribelli Houthi. Nel frattempo, le Nazioni Unite hanno riferito che le milizie sciite hanno acconsentito all’invio di esperti presso la petroliera Safer.

Quest’ultimo rappresenta un passo rilevante per l’Onu, che ha più volte esortato i gruppi Houthi a lasciare alle squadre di esperti di condurre operazioni di manutenzione presso la petroliera, definita una “bomba galleggiante”, visto il potenziale danno ambientale che potrebbe essere provocato dalla fuoriuscita di circa 1.1 milioni di barili di greggio. Secondo quanto riportato dal quotidiano al-Arabiya, mercoledì 25 novembre, gli Houthi hanno dato il via libera alle Nazioni Unite, le quali potranno inviare le proprie squadre per un esame preliminare e per le necessarie operazioni di manutenzione, che si spera potranno essere completate entro il mese di febbraio 2021.

È stato il portavoce del Segretario generale dell’Onu, Stéphane Dujarric, a riferire di aver ricevuto una lettera dai ribelli Houthi, con cui è stata approvata la proposta delle Nazioni Unite in merito alla petroliera. Safer è situata a circa 60 km a Nord della città yemenita di Hodeidah. Costruita nel 1976, è ormeggiata sin dal 1988 a largo delle coste occidentali yemenite, fungendo da terminale galleggiante di stoccaggio e scarico. Tuttavia, tale petroliera non è stata più utilizzata da quando gli Houthi hanno preso il controllo di Hodeidah nel 2015. Avendo preso anche il controllo della petroliera stessa, i ribelli sciiti la utilizzano come oggetto di ricatto verso qualsiasi operazione militare contro Hodeidah, e sono stati più volte accusati dal governo yemenita di aver ostacolato le necessarie operazioni di manutenzione.

Nel frattempo, il 24 novembre, l’Arabia Saudita ha inviato una lettera al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, informandolo della responsabilità degli Houthi nell’attacco missilistico che ha colpito una stazione di distribuzione di prodotti petroliferi a Gedda, il 23 novembre, e sollecitandolo a frenare le minacce poste alla sicurezza energetica globale, al processo politico e alla stabilità regionale. A tal proposito, l’ambasciatore saudita presso le Nazioni Unite, Abdallah al-Mouallimi, ha sottolineato che il suo Paese non risparmierà sforzi per proteggere i propri territori e cittadini.

Saudi Aramco, la compagnia responsabile della gestione della stazione colpita, ha riferito che le operazioni di distribuzione non hanno subito lunghe interruzioni, sebbene il direttore posto al controllo della struttura di Gedda abbia affermato che uno dei 13 serbatoi risulta essere inattivo. La valutazione dei danni, tuttavia, è ancora in corso. È stato il medesimo direttore, Abdullah Al-Ghamdi, a evidenziare il ruolo rilevante svolto dalla struttura di Gedda. In particolare, la capacità di stoccaggio equivale a 5.2 milioni di barili e da qui vengono distribuiti più di 120.000 barili di prodotti petroliferi al giorno a Gedda, Mecca e nella regione di Al-Baha. Il serbatoio colpito dal missile lanciato dagli Houthi, ha precisato al-Ghamdi, ha una capacità di stoccaggio pari a 500.000 barili.

È dal 26 marzo 2015 che l’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto yemenita per sostenere il presidente legato al governo legittimo, Rabbo Mansour Hadi. In particolare, Riad guida una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti. Il ruolo saudita nel panorama yemenita ha fatto sì che il Regno fosse più volte bersaglio di attacchi condotti dai ribelli Houthi, i quali, a loro volta, hanno messo in luce le offensive condotte dalla coalizione in Yemen. In tale quadro, già il 23 giugno scorso, il gruppo sciita aveva annunciato l’inizio di una “vasta operazione” volta a colpire i territori sauditi, a seguito della fine di una tregua unilaterale annunciata dalla coalizione il 9 aprile.

In tale quadro, il 24 novembre, il portavoce della coalizione, il colonnello Turki al-Maliki, ha altresì riferito che le proprie forze hanno distrutto 5 mine navali, piantate dalle milizie Houthi nel Mar Rosso meridionale. A detta del portavoce, si trattava di “conchiglie” di fabbricazione iraniana ed è stato sottolineato che il totale delle mine distrutte nel Mar Rosso ha raggiunto quota 163. Per al-Maliki, si tratta di azioni che minano la sicurezza di navigazione nel Mar Rosso meridionale.

Tali operazioni sono da collocarsi nella cornice del perdurante conflitto yemenita, scoppiato il 19 marzo 2015. A tal proposito, le ultime operazioni del 23 e 24 novembre dell’esercito yemenita e della coalizione a guida saudita si sono concentrate presso al-Jawf, nel Nord-Est del Paese, dove, a detta delle forze filogovernative, hanno inflitto gravi perdite alle milizie Houthi, costringendole a ritirarsi dai fronti nei pressi dei Monti Dahidha.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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